Questo post era stato scritto nel Maggio 2013 per il Think Tank di Web2Society. Non essendo più online il blog, viene ripubblicato integralmente qui.

La rivoluzione digitale ha generato numerosi business e folgorato menti entusiaste, ma ha anche mietuto una gran quantità di vittime, e il giornalismo (nel senso più classico del termine) è tra le più note. Il giornalismo è tra le vittime di primo piano della rivoluzione digitale Nonostante i numerosi tentativi di far evolvere il settore, compreso il famigerato paywall che non sembra sempre dare i frutti sperati, la crisi complessiva è testimoniata dadati agghiaccianti che influiscono principalmente sulla forza lavoro delle redazioni, divenute terre di conquista per pre-pensionamenti, Cassa Integrazione, mancati rinnovi e licenziamenti veri e propri.

Nonostante tutto, in Italia c’è ancora una gran voglia di fare il giornalista, basti pensare che l’Ordine professionale registra a livello nazionale un numero di iscritti pari ad oltre le 110 mila unità. Migliaia di persone si prestano ai canonici due anni di collaborazioni continuative (retribuite solo su carta) per conseguire il tesserino da pubblicista, altre decine di giovani ogni anno s’iscrivono a costosissime scuole di giornalismo per poter poi fare l’Esame di Stato per divenire professionista. Un’Esame che ha percentuali di bocciatura sempre più elevate, e che per ogni sessione chiede 1000 euro ai candidati.

Tanti sforzi e sacrifici, dunque, probabilmente in linea con quelli necessari per costruirsi una carriera in altri settori. La differenza è data dagli esiti di questi sforzi, quella del giornalista è una professionalità in discussione al pari del settore in cui opera. Se fino a qualche anno fa svolgere questo mestiere prevedeva dei compiti ben noti, tra cui cercare e pubblicare le notizie, fenomeni derivati dall’era digitale come il citizen journalism e i social media (Twitter, in particolare) hanno esacerbato il concetto di disintermediazione. A partire dal Web 2.0 ciascuno di noi è una media company, dopotutto.

Qual è dunque il ruolo del giornalista, in un’epoca che non gli riserva più il primato esclusivo sull’informazione? Analizzando la situazione su Internet, decisamente più dinamica rispetto alle controparti cartacee o radio-televisive, notiamo alcune tendenze comuni:

  • Autorialità e Opinionismo: “ai tempi della carta” scrivere gli editoriali di commento o analisi era una prerogativa dei direttori o di qualche esperto autorevole, e non ve ne comparivano più di due o tre per numero. Oggi, superati i problemi di spazio, qualsiasi giornale online presenta una gran quantità di opinioni, di solito raggruppate nella forma del contenitore di blog: Il Fatto Quotidiano e L’Huffington Post hanno fatto scuola. Che poi molte di queste opinioni siano firmate da non-giornalisti, è un altro conto…secondo Lucia Annunziata l’attività di blogging non è giornalismo, ma la realtà (quella della testata che dirige) sembra invece dimostrare come ne rappresenti una parte del superamento.
  • Trasversalità: la quantità e diversità di fonti che sono presenti in Rete consente a molti di “riciclarsi” in più nicchie tematiche. Allo stato attuale delle cose sono pochi i giornalisti (di solito i più noti) che si possono permettere di essere specialisti (e voce autorevole) di una tematica. “Scrivere di tutto” non è però l’anticamera della bassa qualità e degli strafalcioni?
  • Fact-checking: un nuovo specialista nato “ai tempi della Rete”, si occupa di verificare la correttezza delle notizie date, specialmente quelle lanciate “al volo” sui social. Non dovrebbe trattarsi, in ogni caso, di uno dei compiti primari della professione del giornalista?
  • Factotum: in tempi di crisi, si risparmia su tutto. Non tutte le testate, soprattutto le più piccole, possono permettersi dei costosi consulenti di web-marketing, ed ecco che si cercano soluzioni efficienti tra le proprie fila, con il redattore che si barcamena a gestire la pagina Facebook del giornale, oppure a schedulare le campagne AdWords. Ma è questa la professionalità per la quale si è superato un Esame di Stato?

L’antifona pare piuttosto chiara. La professione non è più quella di una volta, mai come in questo periodo ai giornalisti capita di fare tutto fuorché i giornalisti, con risultati spesso modesti che poi ne minano la credibilità agli occhi dei lettori.

A cosa serve un Tesserino, se i criteri, gli studi e gli esami con i quali viene assegnato sono obsoleti rispetto alle reali attuali mansioni e strumenti?

A cosa serve un Tesserino, se l’Ordine non si preoccupa di verificare che i suoi iscritti esercitino realmente la professione e non lo usino solo per entrare gratis ai musei?

A cosa serve un Tesserino, se sempre l’Ordine non si preoccupa di difendere la professionalità emettendo delle sanzioni disciplinari nei confronti di coloro (editori, direttori, capo-redattori, ecc…) che offrono lavoro a prezzi inferiori alle tariffe, se non gratis? La Carta di Firenze non è stata quasi mai applicata, perché senza un Osservatorio attivo, i lavoratori sfruttati e ricattati difficilmente denunceranno.

Un Tesserino non è (più) sinonimo di professionalità. Voi cosa ne pensate?