Gli inconsolabili

Lo ammetto: sono uno di quelli che “scopre” gli scrittori quando ricevono un premio prestigioso. E’ capitato varie volte, negli ultimi anni, con Albinati e Modiano. E’ capitato di nuovo con Kazuo Ishiguro, che lo scorso anno si è aggiudicato il Premio Nobel per la Letteratura, e di cui ho letto il quarto romanzo, “Gli Inconsolabili” (1995).

“Gli inconsolabili”, quarto romanzo dello scrittore anglo-nipponico, segna una netta cesura nella bibliografia di Ishiguro. Resta centrale il ruolo della memoria e del ricordo nella definizione dei personaggi, ma cambia totalmente la costruzione narrativa, affidata ad un impianto onirico che invade lo spazio, il tempo e persino il protagonista narrante, il signor Ryder, un pianista di fama internazionale che viene invitato per un concerto in una imprecisata città mitteleuropea.

La confusione che governa lo svolgimento degli eventi è fondata, in larga parte, su Ryder stesso, a volte affetto da una incomprensibile amnesia, altre pienamente addentrato nelle relazioni personali e sociali della città che lo ospita. Nel primo caso Ryder è gravato dalle aspettative enormi della cittadinanza, che lo vede come il salvatore venuto a risollevare le sorti di una comunità caduta in disgrazia per vari scandali, non troppo intuibili. Nel secondo caso, egli diviene parte di quello stato collettivo d’infelicità, anche Ryder è un “inconsolabile”. In entrambi i casi egli subisce gli effetti, senza proporre alcuna soluzione.

In questa continua alternanza di ruoli, è difficile capire con certezza se il musicista abbia dei trascorsi in questa città, si può certamente sospettarlo, ma non è quello il fine ultimo di questo corposo (oltre cinquecento pagine) romanzo, che difatti non dipana mai il mistero. Ishiguro usa “la tecnica dell’appropriazione” per raccontarci l’impossibilità di un sollievo e il fallimento di ogni buona intenzione, e nel farlo ci lascia in eredità alcuni personaggi memorabili come il direttore d’albergo Hoffman, il facchino Gustav e il direttore d’orchestra alcolizzato Brodsky.

Nonostante la lunghezza, la lettura di questo romanzo è tutt’altro che difficoltosa o tediosa. La prosa di Ishiguro è estremamente gradevole e ricca di particolari, ed avvolge il letture in atmosfere non troppo dissimili da Kafka e dall’Esistenzialismo novecentesco.

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