Il Grande Gatsby, la solitudine da Fitzgerald a DiCaprio

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Di recente è tornato di moda Il grande Gatsby, un classico della letteratura americana del Novecento scritto da Francis Scott Fitzgerald. Affresco dell’età del jazz (i ruggenti anni ’20 prima della Grande Crisi), ha conosciuto maggior fortuna e memoria dell’altrettanto significativo “Manhattan Transfer” scritto da un’altra prima penna della “Generazione Perduta”, John Dos Passos. E’ probabile che ciò derivi, oltre che al declino in età matura di Dos Passos, anche dalla fama e dal fascino del suo autore e della moglie Zelda, protagonisti di una vita dissoluta, mondana e dagli esiti drammatici al pari dei suoi personaggi di carta.

Il motivo superficiale di questo recupero letterario sembrerebbe risiedere nella nuova trasposizione cinematografica diretta dall’ungherese Baz Luhrmann e interpretata da Leonardo DiCaprio, ciò non toglie che il breve e agile romanzo mantenga un’insospettabile freschezza ed attualità nelle tematiche principali.

Se non trovate attinenze tra un decennio di spensieratezza post-bellica e un’epoca di crisi economica e forte tensione sociale come la nostra, probabilmente non avete appreso appieno il senso dell’opera di Fitzgerald: l’allegria è effimera, la compagnia è casuale, la realtà della condizione umana affonda in un’ineluttabile solitudine che ci trova sorpresi nei momenti più significativi dell’esistenza. Non vi ricorda, a grandi linee, quanto avviene ai nostri tempi, dove tutti sono “connessi” e pochi si conoscono? Nell’era del social networking a ciascuno di noi, individuo digitale che colleziona interazioni, può capitare di sentirsi come Jay Gatsby.

Il romanzo, pur breve, fila via lento nella prima metà per poi prendere tutt’altro abbrivio nel finale, grazie alla vigorosa entrata in scena del protagonista che, seppur più volte citato dall’io narrante (Nick Carraway), resta a lungo avvolto in una misteriosa nebbia che si diraderà completamente solo nell’epilogo. E’ dunque vero, come Nick lo definisce, che Gatsby è il migliore di tutti? Lo è nella misura in cui egli persegue il suo sogno e vi sacrifica tutto sul suo altare; Gatsby è differente dai vacui invitati alle sue feste, tanto scintillanti e chiassose quanto profondamente odiate dal padrone di casa. Gatsby è diverso da Tom e Daisy, che giocano con le vite altrui per poi liberarsene scrollandole di dosso con l’ennesimo trasloco.

Ho visto le due più note riduzioni cinematografiche del romanzo, trascurando quella del 1949 con protagonista Alan Ladd. Entrambe, data la lunghezza superiore alle due ore, sono molto fedeli alla versione letteraria, non tralasciando quasi nulla e discostandosi per dei particolari trascurabili. Quella del 1974, con Gatsby interpretato da Robert Redford, appare fin troppo ingessata e piena di attori fuori parte, a cominciare da Mia Farrow nei panni di Daisy o di Sam Waterston in quelli di Nick.

Redford, invero, è perfetto:

httpv://www.youtube.com/watch?v=DiNE5iYBuHA

La versione più recente rappresenta un fragoroso festival visivo, in un restyle retrò che ha investito il campo della moda e che ha portato ad una traduzione musicale fin troppo ardita dal jazz all’hip-hop. Aldilà dello shock suscitato da scenografia, montaggio e costumi, e di un generoso riscontro al botteghino, di questa pellicola resta poco altro che l’interpretazione di DiCaprio, istrionico e toccante come negli ultimi anni gli capita spesso di essere.

httpv://www.youtube.com/watch?v=RM5meqPPHNA

Probabilmente è nel destino di questo romanzo abbagliare con lustrini e paillette e rendersi sfuggente ad una convincente trasposizione cinematografica. Proprio come Jay Gatsby sfugge alla realtà del suo tempo, continuando a remare controcorrente, risospinto senza posa nel passato…

1 Comment
  1. […] il sopravvento sulla conformità razionale. Siamo lontani anni luce dai gridi esistenziali di un Fitzgerald, ma mai come in un film centrato su magia e illusione possiamo dire che l’apparente […]

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