boris serie tv

Boris

Resistere alla prova del tempo è un’impresa assai ardua, nel mondo dell’intrattenimento mediatico. Lo è ancor di più se parliamo di serie TV, così intrise e connotate nell’attualità sociale, culturale ed estetica del periodo in cui vengono girate e prodotte. Quante volte vi capita di rivedere qualche episodio di un vecchio telefilm che andava in onda quando eravate bambini o ragazzi, e inorridire per com’è invecchiato male? “Non me lo ricordavo così”, che tradotto significa: il gusto, la sensibilità sono cambiati.

Tutto questo non è (ancora) successo con Boris, una serie che anzi è invecchiata benissimo. Questa considerazione potrebbe dire molto su come il nostro Paese, l’oggetto ultimo della critica nascosta tra le innumerevoli battute brillanti di questo gioiellino, non sia cambiato affatto. Ci fa capire come le ritrasmissioni siano in realtà vitali per dare nuova giovinezza (e un pubblico anche demograficamente più variegato) ad alcune produzioni. Inserito nel catalogo di Netflix, Boris è stato calato in un ambiente ideale, con un audience già cresciuta con un immaginario innanzitutto lessicale che l’opera di Torre-Vendruscolo-Ciarrapico aveva contribuito a creare.

Prodotta da Wilder per Fox, Boris andò in onda per la prima volta nell’aprile del 2007, con tutte le caratteristiche per divenire una serie “di nicchia”: canale satellitare, tema principale “meta”, epoca ancora pionieristica per la serialità di qualità. Tale rimase per tutt’e tre le sue stagioni, al punto che anche la riduzione cinematografica del 2011 ottenne risultati scadenti al botteghino: ci andarono i fan della prima ora, come il sottoscritto, e pochi altri.

SHOWRUNNER
Mattia Torre, Luca Vendruscolo, Giuseppe Ciarrapico
CAST
Francesco Pannofino, Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Carolina Crescentini, Antonio Catania.
GENERE
Commedia
STAGIONIxEPISODI
3x14
PIATTAFORMA
Netflix
Come avviene per ogni narrazione “dietro le quinte”, anche in Boris la lavorazione della fiction “Gli Occhi del Cuore 2” è un pretesto per passare sotto la lente uno spicchio di società. La serie racconta come vanno le cose nel mondo della produzione televisiva, dal punto di vista tecnico e non solo, ma più ad ampio raggio punta il dito su come vanno le cose in Italia.

L’intero insieme dei personaggi di Boris è una carrellata di “tipi molto italiani”. Il regista René Ferretti (Francesco Pannofino) è un uomo che ama molto la sua professione ma che è costretto a girare fiction di bassa qualità per campare; il responsabile della Rete Lopez (Antonio Catania) è lo scaltro carrierista sempre pronto a cogliere rischi e opportunità delle voci di corridoio; il direttore di produzione Sergio (Alberto Di Stasio) cerca sempre di risparmiare sui costi; il direttore della fotografia Duccio (Ninni Bruschetta), dipendente dalla cocaina, ha perso da anni la voglia di lavorare e lascia “smarmellare” le luci al capo elettricista Biascica (Paolo Calabresi); l’aiuto regista Alfredo è uno yes man che non fa molto altro che dare sempre ragione a René e spacciare la coca a Duccio; l’assistenza alla regia Arianna (Caterina Guzzanti) è una stakanovista che riesce a far quadrare tempi di produzione e paturnie di un cast tecnico e artistico sui generis. Lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi) è il classico giovane in eterna gavetta, ma sicuramente ha più “voce” di Lorenzo, lo “schiavo” di fotografia.

La presentazione collettiva del cast non è un vezzo, o un modo per “allungare il brodo”. Ogni personaggio ha il suo ruolo e la sua importanza. Se all’inizio siamo portati a credere che Alessandro sia il protagonista, e che sia il suo “occhio” a fotografare le dinamiche del set, nel prosieguo capiamo come Boris sia una serie puramente corale. Con una sola eccezione, a parer mio. Nel suo continuo muoversi in equilibrio tra qualità e pagnotta da portare a casa, tra professionalità e furberia, tra arte e marchetta, René rappresenta un po’ il barometro morale della serie.

Nel corso delle tre stagioni c’è chi rimane fedele a se stesso, ci sono gli stagisti che perdono la purezza ed entrano nel “sistema”, ma René resta quello che cerca di capire se un’altra televisione è possibile. L’iroso e trasognato regista è un po’ la voce della coscienza dei tre autori (non lo sono i tre sceneggiatori, invece), in questo suo aspetto, ed è anche l’ultimo ad arrendersi all’evidenza.

Insomma, se non l’avete ancora visto, Boris resta un’enorme (forse unico?) must-see della televisione italiana. Per fortuna, i canali non mancano.