Genere: Drammatico|Poliziesco|Commedia
Showrunner: Robert Siegel
Cast: Kumail Nanjiani, Murray Bartlett, Annaleigh Ashford, Juliette Lewis
Stagioni: 1
Episodi: 8
Durata media: 50 minuti
Sinossi: L’oltraggiosa storia di Somen “Steve” Banerjee, un immigrato indiano che è diventato l’improbabile fondatore del più grande impero di spogliarellisti del mondo, e che non ha lasciato che nulla gli ostacolasse il processo.
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Recensione
C’è almeno un aspetto che rende Welcome to Chippendales una serie “fuori tempo massimo”. Si tratta della data di pubblicazione del libro-inchiesta da cui è tratto (Deadly Dance: The Chippendales Murders), uscito quasi dieci anni fa. Nel frattempo un mondo di produzioni ha rovistato nel nostro recente passato alla ricerca di storie interessanti da reinterpretare. Gli Anni Settanta e soprattutto Ottanta sono stati saccheggiati del loro immaginario collettivo, ricalcandone l’estetica in una vasta gamma di performance artistiche, dalla più pedissequa (Stranger Things, di cui questa serie scopiazza il logo) alla più intelligente (The Americans).
Se lo scarso tempismo può essere perdonabile, meno lo sono i problemi di scrittura e di intenti. Ed è strano parlare così di un autore come Robert D. Siegel (The Wrestler, The Founder), da sempre a proprio agio con i biopic. Però Welcome to Chippendales fatica a trovare un suo tono di voce, annaspando tra i generi. Data l’opera da cui è adattata dovrebbe essere una serie true crime (e così è venduta “a catalogo”), ma lo spettatore fa fatica a comprenderlo fino alla penultima puntata. Per ben sei episodi si ha l’impressione di avere a che fare con un dramedy che ci racconta ascesa e declino di un marchio. L’armonizzazione dei fatti salienti all’interno delle otto puntate è maldestra: tra un inizio scoppiettante e un finale tragico ci sono troppe puntate in cui succede poco, che potevano essere compresse di almeno il 50%, per ampliare la fase più “gialla”. La performance del main cast è buona, anche se a volte sopra le righe, e il solito effetto “parrucche anni ’80” non aiuta alla credibilità. Se la vedete con il doppiaggio italiano tutta la resa interpretativa di Kumail Nanjiani verrà annacquata dalla classica inflessione stile “Apu dei Simpson” con cui vengono marchiati i personaggi di origine indiana.