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Maniac

Di solito sono abbastanza refrattario a guardare la serie TV “di cui tutti parlano”. Per Maniac ho fatto un’eccezione, principalmente per via dei nomi coinvolti: dal creatore/regista Cary Fukunaga (True Detective) passando per i protagonisti Emma Stone (La la land e i migliori ultimi titoli di Woody Allen) e Jonah Hill (The Wolf of Wall Street), questa serie aveva già “sulla carta” tutte le caratteristiche per potermi interessare. Maniac è la serie TV che l’algoritmo di Netflix assocerebbe con i miei gusti, proponendomela immediatamente tra i titoli consigliati.

Lo spunto narrativo sembra abbastanza semplice: Annie (Emma Stone) e Owen (Jonah Hill) sono due persone mentalmente instabili che cercano di superare i propri demoni interiori partecipando ad un trial farmaceutico per la Neberdine Pharmaceutical and Biotech. I motivi che spingono Annie ed Owen a prendere parte alla sperimentazione di tre nuovi farmaci sono molto diversi: Annie è diventata accidentalmente dipendente da un farmaco progettato dalla Neberdine, mentre Owen, pur cercando un modo di tenere a bada la propria schizofrenia, prova ad allontanarsi dalla propria famiglia, i Milgrim, la cui mancanza di fiducia e l’asfittica presenza nel suo quotidiano lo rendono incapace di potersi costruire una vita.

Diciamolo, Maniac non ha evidenti difetti produttivi e realizzativi. E’ una serie di qualità e fa di tutto per dimostrarlo e ricordarcelo. A partire da una scenografia curatissima ed efficace a sottolineare un incontro estetico tra futurismo e gusto retrò che è così perfetto da impedire allo spettatore di datare in alcun modo quello che dovrebbe essere il “mondo reale” della storia. La leva narrativa data dalla sperimentazione offre infatti la possibilità di portare avanti due prospettive, che ad un certo punto si intersecano e creano universi in cui la serie spazia ogni tipo di genere cinematografico, dal fantasy al noir, dalla commedia al crime, tutti carichi di riferimenti letterari e cinematografici. È tutto strano ed esagerato, e non importa se riesca davvero a curare la schizofrenia o la depressione, ha un’energia contagiosa.

I protagonisti, assumendo le pillole A, B e C, guardano alla loro vita, al proprio passato, navigando e specchiandosi in narrazioni che riprendono le proprie trame tanto dagli scritti di Louis Carroll quanto dal capolavoro Qualcuno volò sul nido del cuculo, spaziando da Don Chisciotte a Contact. Maniac suggerisce, con semplicità disarmante e opposta alla complessa stratificazione della sua narrazione, che il male ultimo della società – intesa non come macro organismo bensì come somma di coscienze individuali – è la solitudine.

E’ la solitudine che impedisce ad Annie di elaborare il lutto e il senso di colpa correlato. E’ la solitudine che non permette a Owen di trovare la sua dimensione al mondo. E’ la solitudine che porta il Dottor Mantleray a credere che un sistema come il GRTA possa risolvere gli effetti negativi causati dai traumi. E’ la solitudine che conduce la dottoressa Azumi a segregare la propria esistenza all’interno dei laboratori, preda della propria ambizione.

Ambiziosa, lo è molto Maniac. E partendo da una gran ricchezza di idee e da un pool di attori di alto livello (segnalo anche Sally Field e Justin Theroux) sono costretto a far notare come alcune cose non siano riuscite. Nel professare la sua tesi sull’amore che può salvare un mondo che gestisce le relazioni con gli ad buddy e le paure con gli psicofarmaci, purtroppo Fukunaga si incarta nella scrittura e ci regala una scarsa alchimia tra i protagonisti. Forse è esagerata la caratterizzazione psichiatrica di Owen, che imbriglia un fisicamente irriconoscibile Jonah Hill in un personaggio irrigidito, quello che funziona peggio tra i principali. Tanto Annie e Owen vengono dipinti come legati dal destino, tanto algido è il loro rapporto, perché Maniac vorrebbe dirci tante cose ma forse non va oltre un piacevole esercizio di stile.

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