
- Genere: Commedia , Drammatico
- Showrunner: Christopher Storer
- Cast: Jeremy Allen White , Ayo Edebiri , Ebon Moss-Bachrach , Jamie Lee Curtis , Oliver Platt
- Stagioni: 5
- Episodi: 46
- Durata media episodi: 31 min
Sinossi: Carmen ‘Carmy’ Berzatto, una giovane chef del mondo della cucina raffinata, torna a casa a Chicago per gestire la sua paninoteca di famiglia dopo una morte straziante. Mentre Carmy combatte per trasformare il ristorante e se stesso, la sua squadra di cucina all’avanguardia si rivela alla fine come la sua famiglia prescelta.
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Recensione
Diciamo la veritร senza troppi giri di parole: esistono molti prodotti seriali che iniziano bene, anche molto bene, per poi ritrovarsi a vivacchiare stancamente sulla loro stessa reputazione. ร un fenomeno endemico che osserviamo fin troppo spesso in relazione a quelle offerte di prestige drama che diventano improvvisamente le beniamine della critica e del pubblico nelle loro primissime stagioni. Quando inevitabilmente calano di qualitร , la folgorazione iniziale sembra fungere da scudo impenetrabile, impedendo alle persone di ammettere che non sono piรน molto buone o che, forse, non lo sono mai state in realtร cosรฌ buone in primo luogo. Iniziamo a cercare disperatamente scuse per le loro mancanze: l’assenza di direzione viene scambiata per un’improbabile raffinatezza autoriale, il vuoto pneumatico viene letto come minimalismo, e continuiamo ad arrancare puntata dopo puntata, nonostante la qualitร visibilmente decrescente, perchรฉ anche solo il pensiero di smettere di guardare in qualche modo ci farebbe sentire in colpa, come se non stessimo capendo l’Arte con la A maiuscola.
Quando The Bear di FX debuttรฒ nel 2022, divenne un successo a sorpresa clamoroso, ma per ragioni sacrosante e tangibili: era uno show estremamente intelligente, la cui iperspecificitร โ incentrata su una caotica, sporca e verace paninoteca di Chicago a conduzione familiare โ risultava realmente innovativa nel panorama televisivo. Le performance degli attori erano stellari fin dal principio, in particolare quelle di Jeremy Allen White nel ruolo del cuoco prodigio, nevrotico e iper-concentrato Carmy Berzatto, di Ebon Moss-Bachrach nel ruolo dell’irascibile “cugino” Richie Jerimovich, e di Ayo Edebiri nel ruolo della sous-chef tanto ambiziosa quanto ansiosa, Sydney Adamu. Tre interpretazioni clamorose, giustamente destinate a fare razzia di premi in ogni dove. La prima stagione aveva un passo e un focus granitici: era una serie acuta, dettagliata, brutale su un ristorante e sulle vite spezzate delle persone che cercavano disperatamente di tenerlo a galla.
Tuttavia, con il prosieguo, il meccanismo perfetto ha iniziato a mostrare delle crepe evidenti. La seconda stagione, uscita nel 2023, per quanto incensata non รจ stata buona quanto la prima, in gran parte perchรฉ quella sfrontata sicurezza di scrittura sembrava aver ceduto il passo a una palese autoindulgenza. Gli espedienti narrativi che apparivano come roba fresca, audace e tagliente nella prima iterazione โ l’ampio uso di flashback, cronologie frammentate, lunghe riprese ostentate e sequenze di montaggio ancora piรน lunghe, per non parlare dei lussuosi episodi “verticali” digressivi incentrati sui personaggi secondari โ sono stati riciclati fino allo sfinimento nella seconda, per poi tracimare nella terza e nella quarta stagione, finendo per apparire artificiosi, forzati e pesantemente auto-compiaciuti. Gli spunti musicali, giร invadenti in partenza, sono diventati in certi frangenti quasi soffocanti. C’รจ stata l’introduzione di un interesse amoroso banalotto e posticcio per Carmy, la povera Claire (una Molly Gordon penalizzata da una scrittura limitante), delineata come un medico incredibilmente solidale la cui unica vera passione nella vita sembrava essere sopportare disinteressatamente l’immane peso della disfunzione cupa di Carmy.
Ma la cosa peggiore di tutte, arrivati alla fine della quarta stagione, รจ che The Bear sembrava diventato, a tratti, noioso. Uno show che girava a vuoto, alimentato esclusivamente dalle sue stesse risorse estetiche, privo di quel chiaro senso dello scopo che lo aveva reso grande all’inizio. Lo show sembrava esistere come una sorta di composto di manierismi e affettazioni, sperando che il suo pubblico, ormai assuefatto, scambiasse un perenne stallo per “buona televisione”. C’era sempre piรน la stucchevole cinematografia che cercava spasmodicamente il colpo ad effetto, spesso con riprese a mano nervose all’inverosimile; c’erano dispositivi di narrazione non lineari allungati fino a nuovi estremi estenuanti, e c’era quel fastidioso accumulo di guest star gettate random nella mischia per far esclamare il pubblico sui social (nella quarta รจ toccato perfino a Brie Larson: sinceramente, a che pro?).
Con l’accumularsi di ben 38 episodi โ oltre venti ore di durata โ ci si rendeva conto che era successo sorprendentemente poco. Un ristorante ha chiuso, ne ha aperto uno nuovo. Le persone si sono urlate addosso fino a perdere la voce, poi hanno fatto pace, poi sono tornate a urlarsi addosso con ancora piรน veemenza. I personaggi hanno affrontato decisioni vitali e, puntualmente, si sono rifiutati di prenderle. Sgocciolare dettagli del passato come briciole di pane era diventato un espediente letargico: riempire una origin story non dovrebbe mai essere confuso con il reale sviluppo del personaggio. Il piรน grande peccato di questa fase centrale era la sensazione di un potenziale sprecato: The Bear poteva essere uno spietato trattato su quanto spesso il lato oscuro della grandezza creativa sia, in realtร , un egoismo monomaniacale che tratta le relazioni umane come ostacoli da abbattere o meri strumenti. Invece, la propensione della serie per il melodramma ha preferito dipingere il protagonista solo ed esclusivamente come vittima di un trauma a catena (la madre, il fratello morto, il mentore sadico), fuggendo in una fantasia in cui essere una persona profondamente sbagliata e un genio inarrivabile sono fattori causalmente collegati, anzichรฉ solo correlati.
Eppure. Eppure, arrivati alla splendida quinta stagione, la prospettiva subisce uno scossone formidabile che obbliga a ricalibrare, e di molto, l’intero giudizio sull’opera. Col senno di poi, e con il quadro finalmente completo, emerge chiaramente come, nel corso delle stagioni, la narrazione si sia intenzionalmente e faticosamente spostata da un punto all’altro. Quella che inizialmente si presentava come una morbosa ossessione per la perfezione culinaria si รจ trasmutata in una ben piรน profonda, dolente e complessa elaborazione del lutto e della crescita personale. Le lungaggini che tanto mi avevano esasperato nelle stagioni precedenti acquistano improvvisamente una densitร nuova. La serie non stava girando a vuoto: stava scavando per arrivare al nervo scoperto di un dolore condiviso.
In questa redenzione narrativa, diventa obbligatorio risaltare l’assoluta, abbagliante eccellenza tecnica della produzione. The Bear non รจ solo scritto bene, ma รจ girato in modo divino, rasentando l’ossessione formale. Va citato l’uso magistrale della fotografia a 50mm, una scelta ottica che schiaccia la prospettiva, sfoca lo sfondo e appiccica letteralmente la lente addosso ai volti segnati, sudati e disperati dei protagonisti, chiudendo lo spettatore in una morsa asfissiante. La regia รจ uno studio accademico su come rendere fisicamente palpabili l’ansia e la claustrofobia: i fornelli, le comande, lo sfrigolio delle padelle sono l’anticamera di un girone dantesco. A supporto di questa ferocia visiva, si staglia un concetto stilistico che definirei di “controritmo”: la regia e il montaggio alternano con violenta sapienza momenti di estrema, insopportabile tensione cinetica a improvvise pause riflessive, dilatate e quasi mistiche. Si passa dalle urla belluine e dai tagli frenetici a inquadrature silenziose, creando un respiro sincopato che รจ il vero battito cardiaco dello show, sostenuto da una colonna sonora curata chirurgicamente, che spazia senza soluzione di continuitร dal ruvido rock alternativo di fine anni ’90 a rarefatte sonoritร ambient.
Tutto questo crollerebbe senza un materiale umano all’altezza, e qui subentra l’elogio doveroso al cast. Jeremy Allen White trascende la semplice recitazione: il suo Carmy รจ un groviglio di tic nervosi, un ritratto talmente fisico da fare male. Altrettanto vitale รจ Ayo Edebiri, la cui Sydney bilancia ammirazione reverenziale e ambizione feroce con una gamma di micro-espressioni da fuoriclasse. Senza dimenticare Moss-Bachrach, che nelle stagioni piรน deboli si era caricato lo show sulle spalle e qui trova il perfetto compimento. Attraverso di loro, l’opera si impone definitivamente come il ritratto piรน crudo, veritiero e senza filtri del mondo della ristorazione moderna mai apparso sul piccolo schermo.
