Il click dell’orrore

Non sono mai stato affascinato dagli episodi di cronaca nera. Ritengo rappresentino una deriva morbosa di un inconscio tentativo di rivendicare la propria normalità, scaricando l’interesse sulle tragedie altrui. Solitamente sono fatti che attingono a motivazioni alquanto banali e ripetitive, che poco hanno a che vedere con i maldestri tentativi di analisi del sociologo o criminologo di turno.

Quanto accaduto ieri a Salerno, però, ha motivi d’interesse che attengono più la reazione e la diffusione mediatica che il fatto in sé. Cosimo Pagnani ha ucciso la ex-moglie Maria D’Antonio con venti coltellate nell’addome. Fin qui, parliamo di un (ennesimo, purtroppo) caso di uxoricidio scaturito da uno scenario da manuale: matrimonio finito, figlia contesa, gelosia dell’ex.

La “novità” consiste nel fatto che Pagnani ha postato (prima o dopo l’assassinio, importa relativamente) un violento e ingiurioso status su Facebook, dove (pre)annunciava la morte della donna. Questo status ha iniziato a ricevere like e commenti giubilanti dalle cerchie più vicine all’uomo (amici, parenti).

Dopo l’annuncio – Nella serata di domenica molti giornali online nazionali come Repubblica e Corriere hanno dato risalto alla notizia dell’assassinio della donna, evidenziando sempre la questione-Facebook, pubblicando screenshot dello status. A questo punto, si sviluppa un fenomeno virale tutto nuovo. Il profilo di Pagnani è pubblico, così come lo status, chiunque può interagire con quella atroce dichiarazione d’intenti. Lato piattaforma, nessuno pensa ad oscurarlo (il profilo è ora stato oscurato, proprio mentre sto scrivendo), ed ecco che centinaia di persone lo visitano e…cliccano like.

I motivi – Sono queste persone, quelle che mi danno più da pensare. Perché regalare questo endorsement, anche solo virtuale, ad un omicida? Qui siamo ad un livello diverso rispetto alle persone che si facevano le foto al Giglio con la Concordia sullo sfondo. Ripulendo il pensiero dall’emotività e dall’indignazione che suscita, i motivi che hanno spinto queste persone a cliccare “Mi piace” possono essere ricondotti a tre filoni:

  1. Sono d’accordo con l’omicida. Appare folle, ma non può essere trascurato.
  2. Cliccano Like a qualsiasi status. E’ un automatismo che coglie molti utenti, anche se è agghiacciante pensare a persone che, dopo aver letto la notizia ed essere andati su quel profilo, non hanno comunque potuto fare a meno di mettere il canonico “Mi piace”.
  3. Sperano di ottenere risonanza. Far finire il proprio nome in qualche screenshot trasmesso dallo Studio Aperto di turno? Perché no!

Il terzo caso è il più interessante. Abbiamo speso anni a indicare come il Web avesse ucciso i mass media, come i social fossero oramai il canale preminente dell’informazione, e oggi ci ritroviamo con una tragedia che è rimbalzata come un flipper tra online, offline e media tradizionali. Un cortocircuito forte, che ha contribuito a confondere la mente di qualcuno, sospesa tra l’orrore, l’attrazione per la platealità e il richiamo del click. Ma sono i media tradizionali ad aver reso virale, anche online, questa tragedia. Fino al lancio d’agenzia, non era altro che uno status qualsiasi.

AGGIORNAMENTO (02/12/2014): Come scritto da Fabio Chiusi, un gruppo di troll ha rivendicato il “merito” di aver gonfiato le statistiche social dello status di Pagnani. La terza motivazione che avevo indicato era effettivamente quella più probabile e prevedibile.

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