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Una democrazia, chiamatela moderna oppure occidentale che dir si voglia, dovrebbe essere fondata sulla sovranità popolare e su uno Stato equo e super partes. Il termometro attuale vacilla su entrambi i fondamenti: da tempo sembriamo incastrati su un’oligarchia istituzionalizzata, grazie a leggi elettorali con liste di nominati e cricche di faccendieri e imprenditori legati a doppio filo con la politica, in una pletora di tanti “cerchi magici” che garantiscono redditi facili per servizi carenti.

E lo Stato super partes? Forse è una grande utopia, non dimentichiamo quel che è accaduto tra gli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta, oppure nel 1992. Quel che noto, però, è una serie apparentemente scollegata di provocazioni, di vere e proprie ricerche di scontro, verbale e non solo, che non dovrebbero appartenere alle istituzioni di una democrazia matura. Non sto parlando di atteggiamenti dittatoriali, o di allineamenti con stati non-democratici come Cina & Co., ovviamente, ma di prese di posizione forti e discutibili.

Che dire, per esempio, di quel che è accaduto al Colosseo la scorsa settimana? Un’assemblea sindacale regolarmente richiesta e approvata che viene trasformata mediaticamente in una messa in berlina dei lavoratori del polo museale e in un susseguente decreto-legge lampo che assomiglia molto a una auto-propaganda del Governo Renzi. L’attacco gratuito ai sindacati, rei di richiedere quanto dovuto per le aperture straordinarie, e che probabilmente non verrà erogato ancora per un bel po’.

Che dire, sempre per esempio, di quel che sta accadendo allo Stadio Olimpico, con i tifosi che vengono multati se pescati con la telecamera a sedersi in un posto non a loro assegnato, applicando una legge di dieci anni fa che non è mai stata fatta rispettare, e che si scontra con una realtà fatta di strutture spesso fatiscenti e di carenza di personale steward per gestire l’afflusso degli spettatori? Che succede se il seggiolino è rotto? Che succede se si trova, caso frequentissimo, il posto occupato e l’occupante non se ne vuole andare? Dopo la seconda multa (167 euro a Equitalia, non bruscolini) scatta il daspo da uno a tre anni.

E’ uno Stato provocatore, che cerca lo scontro, in molti dei suoi apparati. Il Governo, la polizia, anche la magistratura, visto che quel che sta accadendo allo scrittore Erri De Luca, reo di aver dichiarato la sua contrarietà alla TAV in Val Di Susa e, secondo il PM di Torino Antonio Rinaudo, di aver istigato azioni di sabotaggio della stessa. Per questo motivo sono stati richiesti otto mesi di carcere per De Luca, la sentenza è prevista per ottobre.

Ora, io posso apprezzare o meno Erri De Luca come scrittore e pensatore, come ha ben scritto Christian Raimo, posso essere più o meno d’accordo con le motivazioni della protesta No-TAV, un’opera nata comunque sotto i peggiori auspici e la cui realizzazione racchiude tutti i peggiori difetti dell’essere italiani, da ambo i lati. Quel che inquieta è la durezza e la forte presa di posizione contro chi ha esercitato il semplice, sacrosanto e fondamentale diritto della libertà di espressione. In questa maniera si porta la materia dello scontro a un livello più alto e, inevitabilmente, più delicato. Perché uno Stato che realizza un’opera come la TAV può piacere o non piacere, uno Stato che silenzia a colpi di condanne i propri pensatori è invece indifendibile.

Lo Stato provocatore raccoglie tanta impopolarità, e riporta le simpatie della maggioranza dalla parte di chi le aveva perse da tempo: i lavoratori statali, i tifosi ultras, gli attivisti No-TAV. Perché a nessuno piacciono i prepotenti.