L’Istituto Luce e l’immaginario del Novecento

Ho avuto il piacere di visitare la mostra “Luce – L’immaginario italiano”, ospitata dal 4 luglio al 21 settembre nel complesso del Vittoriano, in occasione dei novant’anni di fondazione dello storico Istituto Luce, che ha trascorso il Novecento italiano raccontando l’evoluzione sociale in una maniera discutibile, ma non per questo non significativa.

Fondato dal duce nel 1924, dopo vent’anni di propaganda fascista e di cinegiornali improntati a trasmettere la filosofia (confusa) e lo stile di vita (rigoroso) dettati dalla dittatura sotto il beneplacito diretto di Mussolini, l’Istituto Luce si è trasformato in un produttore di documentari e rotocalchi di costume e società. E’ in questa veste, soprattutto, che l’ente governativo ha contribuito a imprimere una base comune all’immaginario collettivo della popolazione, raccontando i divi dello spettacolo, l’urbanizzazione e la nascita delle mode.

Dagli Anni Cinquanta in poi, l’istituto non è stato più solo in questa missione. La nascita del media televisivo ha avuto, se possibile, un impatto sociale ancor più profondo, grazie ad una penetrazione ben più efficace negli usi e consumi delle persone. Se si riesce a raggiungere, istantaneamente, un numero potenzialmente illimitato di telespettatori, è facile capire come tutti avranno argomenti comuni da affrontare, discutere e approfondire.

L’immaginario collettivo è tutto lì. Ho già scritto di come l’avvento dei new media, Internet in primis, abbia creato una personalizzazione estrema dell’intrattenimento e dell’informazione, rendendo assai frammentati notizie e contenuti. E’ sempre più difficile che un utente viva la stessa esperienza di un suo amico o conoscente, ad esempio. E’ sempre più difficile trovare degli accomunamenti che definiscano un’epoca o una generazione.

Lo vedo anche soltanto sulla mia pelle. Credo di essere esponente di una delle ultime, se non l’ultima in assoluto, generazioni che hanno goduto di un immaginario collettivo. Quello degli Anni Ottanta, delle TV private, dei cartoni animati giapponesi e delle sigle cantate dai Cavalieri del Re. Non un immaginario di cui andar fieri, a posteriori, ma che comunque ha fornito a me e ai miei coetanei dei punti di riferimento, uno stile di vita da perseguire e un senso d’appartenenza.

Siamo la Generazione Bim Bum Bam, con tanti difetti d’immaturità, una tendenza a nasconderci, finché possibile, dietro (o sopra) le spalle dei genitori, una paura indicibile di quando saremo costretti, volenti o nolenti, a prendere completamente in mano le redini di questa società. E’ chiaro, non per tutti è così. Non lo è per Matteo Renzi, primario esempio della nostra generazione. Lo è più Michaela Biancofiore, figlia della Berlusconi generation, come lei è la prima ad ammettere.

Nonostante il desiderio possa essere quello di turarsi il naso, di fronte a certi esempi, non me la sento di sdegnare il nostro immaginario collettivo. Se penso alle nuove generazioni, mi viene da  chiedermi: ne avranno mai uno? Non è una banalità, perché da un immaginario scaturisce un’identità, e senza identità non si trova una direzione. Dove stiamo andando?

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  1. […] a combinare qualcosa, come l’esportazione di gran parte dell’archivio dell’Istituto Luce su […]

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