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Il 2015 è iniziato da pochi giorni, ma alcuni fatti accaduti di recente, conditi da altrettante dichiarazioni che mi è capitato di intercettare su media di qualsiasi risma, mi spingono a pensare che certi trend cavalcati nel 2014 troveranno terreno fertile anche nel suo successore. Ovvio, direte voi, vuoi essere così ingenuo da pensare che le cose cambino da un anno all’altro? No, ma ho visto spuntare tre o quattro temi che seppur attingendo a diverse fonti, intercettano uno stato d’animo sociale mutato nel nostro Paese.

Noi italiani siamo diventati assai meno solidali, ecco il punto, e la Crisi (o presunta tale: io la penso un po’ come Rudy Bandiera) c’entra fino ad un certo livello. C’è stato un periodo, penso all’immediato Dopoguerra, dove la povertà era trasversale, e dove c’era poco spazio per le recriminazioni tra gruppi sociali. Ci si aiutava, arrivando fin oltre i confini del proprio quartiere. Le cose non sono più così, c’è stato un “prima” che ha creato la frattura, e sono stati questi 30-40 anni in cui l’Italia ha avuto un ruolo stabile tra le prime potenze economiche mondiali, uno status che ha creato dei ricchi “dividendi” per tutte le categorie sociali.

Tutti hanno avuto, chi più chi meno, potere d’acquisto e privilegi intonsi per decenni, ma ora siamo nell’epoca del “dopo”, i dividendi sono finiti da un pezzo, e la situazione generale, quella di una Nazione e di un sistema sovranazionale che non sembra volere adeguare le proprie regole capitaliste al cambiamento, ha portato a delle scelte impopolari che hanno scalfito i diritti di tutti.

Sta toccando a tutti, pagare dazio. Così, mentre “prima” era più facile che si facesse gruppo per sostenere la causa di qualche nicchia o minoranza, ora ciascuno pensa a salvaguardare esclusivamente la propria cerchia, sempre più piccola. Prima agli altri che a me. E se io sono stato già toccato, allora che paghino anche gli altri. L’empatia è scomparsa, mostrando di essere il risultato artefatto di una situazione comune, più che il solido substrato di un sentire comune. “Prima” eravamo più solidali perché più uguali, non perché più italiani.

Il tema della disuguaglianza è forte e sovrasta i nostri confini, tanto quanto gli scricchiolii sempre più rumorosi del sistema capitalistico di deriva novecentesca. Secondo fior di economisti come il premio Nobel Joseph Stiglitz e la superstar francese Thomas Piketty (autore del testo fondamentale “Il Capitale del XXI secolo”), il modello economico dal sapore social-democratico (il welfare) proliferato nel Dopoguerra è destinato a lasciare spazio ad un capitalismo di stampo ottocentesco, improntato su una forbice sempre più ampia tra i possessori del capitale (i ricchi), e coloro costretti a vivere lavorando. In quello che sembra essere il definitivo de profundis della classe media, la frammentazione sociale appare come la ciliegina sulla torta per chi, come i governanti, deve far digerire uno status quo peggiorativo.

Sappiamo essere ancora solidali verso chi ci è lontano e non incide nel nostro (piccolo) mondo reale. Mandiamo qualche SMS per Telethon, facciamo le nostre scelte caritatevoli per l’8 per mille, nulla di troppo impegnativo. Ce ne freghiamo se il vicino di casa ha perso il lavoro o non arriva alla fine del mese. Non sarà il primo, né l’ultimo. Magari se l’è pure meritato. Il Governo ce la sta mettendo tutta per esacerbare queste divisioni, ideali per una serie di riforme che stanno colpendo un po’ tutti.

E allora ecco un Jobs Act che introduce nuove regole per il licenziamento (più “facile”), ma si applica solo ai nuovi contratti, creando di fatto l’ennesimo tema per uno scontro generazionale che vede i giovani nell’eterno ruolo dei precari e i senior in quello dei privilegiati. Una riforma che ha riguardato comunque le sole forme di lavoro dipendente, e che ha dimenticato le partite IVA, ben ricordate invece dal Fisco. La riforma del regime dei minimi, con condizioni assai più stringenti, e l’aumento spropositato della aliquote ha creato molti malumori anche sulla Rete. Il freelance si autoelegge a “nuovo povero” di quest’epoca. E attacca i lavoratori dipendenti, in teoria più tutelati.

Il Jobs Act ha escluso anche i dipendenti pubblici, per i quali Renzi ha già promesso interventi ad hoc all’interno della più complessa riforma della Pubblica Amministrazione. Non è apparsa affatto tempista la protesta dei vigili di Roma, che hanno disertato la notte di Capodanno, colta al balzo dal premier.

Il dipendente pubblico è da sempre il più vessato dalle altre categorie sociali, da anni è il sinonimo di “fannullone”. A pochi è piaciuto che non fossero inclusi nel Jobs Act (“Se va male a me, deve andare anche a te”), pochi si sono soffermati su alcune differenze fondamentali tra pubblico e privato:

  • Il dipendente pubblico viene assunto per concorso
  • Il dipendente pubblico percepisce stipendi mediamente inferiori ed ha rari aumenti
  • Non tutti i dipendenti pubblici sono fannulloni. Anche i medici dello Spallanzani sono dipendenti pubblici.

Certi ragionamenti trovano troppa sordità nelle persone. Se anche i tentativi di liberazione delle giovani cooperanti italiane rapite in Siria incontrano opinioni discordi e poca empatia, ha ragione Massimo Mantellini quando scrive: “mi meraviglia che un numero assai più rilevanti di persone pensi che una vicenda come quella delle ragazze rapite non c’entri con tutti noi, non debba spostare la leva che fa scattare la solidarietà di una Nazione.”

Ma noi non siamo (più) solidali. Non lo eravamo neanche “Prima”? Chissà. Siamo però ben rappresentati da questo video dei ragazzi del Terzo Segreto di Satira. Ognuno preso a difendere il proprio orticello, dileggiando l’erba del vicino. Come o più di prima.