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Ha stravinto Matteo Renzi. Ha perso Beppe Grillo. Silvio Berlusconi è scomparso. Angelino Alfano non è mai esistito.

Questi sono i verdetti più evidenti, alcuni anche clamorosi, che la tornata di elezioni europee di ieri ha decretato. C’è molto di cui parlare e commentare, anche se finora i media non sembrano andare oltre i consueti e banali schemi ad uso e consumo dei propri lettori più disattenti:

  • Renzi è il nuovo Berlusconi, oppure il PD è la nuova DC?
  • Grillo e Casaleggio devono lasciare il M5S ai militanti?
  • Berlusconi è finito, oppure che fine farà il Centrodestra?
  • L’Italia è veramente in controtendenza rispetto all’ondata euro-scettica che ha travolto Francia e resto d’Europa?

A me piacerebbe invece capire perché il M5S non abbia “sfondato” quota 25%, raggiunta lo scorso anno durante le Politiche. I motivi sono tanti, e ritengo che, aldilà di dichiarazioni di facciata e di insulti orchestrati ad arte, li conosca anche lo stesso Grillo.

  • Il M5S è un’organizzazione di protesta, di rottura col passato, che geneticamente si trova in difficoltà quando si tratta di proporre qualcosa. Sul tema europeo, in particolare, le idee sono sempre state confuse e mal poste, basti citare il fantozziano “ritorno alla lira”.
  • Il M5S non ha un’identità storico-politica, raccoglie tutto e il contrario di tutto, e questo è un motivo di sfiducia da parte degli elettori, con l’esclusione di quelli che sono stati già conquistati dal messaggio “Mandiamoli tutti a casa”, già esplicitato durante le scorse votazioni.
  • In sostanza, il M5S vuole rappresentare il “nuovo”, in senso post-politico, ma non convince perché finora non ha mai governato (a parte sparute e discutibili esperienze locali) e soprattutto da l’impressione di non essere in grado di farlo. I suoi uomini sono inesperti e soggetti a gaffes, Grillo è un ex-comico di non tenera età, Casaleggio un comunicatore dai modi e dai messaggi inquietanti.
  • Il M5S ha voluto imprimere un grande significato politico a queste elezioni europee. Non era scontato. Invece Grillo e i suoi hanno insistito nel definirle come un’indicazione sulla tenuta del Governo, al punto da minacciare la richiesta di dimissioni a Napolitano in caso di vittoria, e di promettere (Grillo) l’abbandono del ruolo attivo in quello di sconfitta.

Matteo Renzi, invece, pur non essendo così rivoluzionario, ha dalla sua alcuni punti chiave che stanno facendo breccia nelle preferenze degli italiani:

  • E’ giovane (39 anni), e con il suo governo fatto di tanti volti nuovi rappresenta, nei fatti, uno scarto rispetto al passato.
  • Nei pochi mesi di governo, ha messo a segno alcune riforme che, seppur di facciata (gli 80 euro in busta paga), hanno dato l’impressione di “cambiare verso”, dopo anni di aumento delle tasse.
  • Affonda le sue radici in una solida cultura cattolica e riformista in cui molti si riconoscono.

Quando si parla di Renzi si può rischiare di finire nell’ennesima declinazione de “Il Gattopardo” (“cambiare tutto per non cambiare niente”), oppure riconoscergli il carisma dei grandi leader, e la capacità di migliorare il Paese senza per questo stravolgerlo nella sua natura. E’ probabile che sia quello che gli hanno concesso sia gli italiani quanto i mercati, che grazie alla sua vittoria hanno avuto un’impennata non casuale.