#jobsact, comunicare il cambiamento

Pd: Letta, bene Renzi, Pd motore nuovo inizio governo

Non giriamoci attorno: quando si toccano il lavoro e le pensioni, sono dolori. Per tutti. Si tratta degli argomenti più spinosi, perché impattano trasversalmente tutte le classi sociali. Le riforme che si sono succedute, durante gli anni, sono state ampiamente discusse, polemizzate, rimpiante, rivendicate o rinnegate.

E’ accaduto, sta accadendo anche per il Jobs Act del governo Renzi. Un po’ perché è inevitabile, come ho già scritto. Un po’ perché questo pacchetto di riforme porta dei cambiamenti importanti all’attuale mercato del lavoro italiano. Cambiamento, uno dei termini più utilizzati dall’attuale premier, quasi una spada con la quale fare breccia nelle difese delle opposizioni (interne ed esterne), utilizzando una strategia di comunicazione che sembra presa in prestito dalla Apple dei tempi di Steve Jobs.

  • La (s)volta buona. Un tone-of-voice esclusivamente positivo, che trascura difficoltà e controindicazioni non descrivendole, ed invece esalta lo storytelling del fare, andare avanti a dispetto di tutto.
  • Rottamazione. Il vecchio e il passato sono il male, il nuovo e il futuro sono la ricetta vincente per salvare un Paese altrimenti condannato alla stagnazione (quando va bene) o al fallimento (quando va male).

Lungi da me fare debunking o fact checking: sono molto più bravi quelli di Valigia Blu, in questo. M’interessa principalmente il discorso comunicativo. Descrivere come uno storytelling assertivo e condiviso dai membri del Governo e della corrente renziana possa avere la meglio su tutto.

Il tema della precarizzazione

Per essere uno che si è imposto all’attenzione nazionale (non in una tornata elettorale, ricordiamolo) giocando molto sul ruolo di rottamatore e sul ricambio generazionale, Renzi non poteva non rendere centrale il tema del lavoro precario.

Questo messaggio ha del vero: dal 2016 non esisterà più l’arcinoto “contratto a progetto” di biagiana memoria. Ciò significa che non esisteranno più forme di lavoro precario? Ovviamente no: nonostante le promesse iniziali, tutte le altre forme di contratto sono state mantenute, i limiti per il lavoro a tempo determinato sono rimasti invariati (arco temporale di 36 mesi, con un numero massimo di cinque rinnovi), e non è peregrino pensare che molti ex-co.co.pro. convergeranno sulle collaborazioni a partita-IVA, contribuendo a far proliferare quelle forme di para-dipendenza mascherata che il Governo aveva dato mandato di arginare ed eliminare.

Le tutele (crescenti?)

Arriviamo al cuore della riforma: l’eliminazione dell’articolo 18, ovvero la necessità della “giusta causa” per poter licenziare il lavoratore dipendente. Renzi introduce al suo posto il cosiddetto contratto “a tutele crescenti”, dove le tutele riguardano essenzialmente la quantità d’indennizzo (in mensilità proporzionali all’anzianità) in caso di licenziamento.

La narrativa renziana, su questo tema, è ben nota: il problema del lavoro in Italia è che gli imprenditori non assumono perché poi non sono liberi di licenziare.

L’articolo 18 è “ostacolo” all’assunzione, mentre gli sgravi fiscali triennali per chi assume a tempo indeterminato fungeranno da incentivo alla creazione di nuovi posti di lavoro. Resteranno tali, alla fine dei tre anni? Alle brutte, si potrà sempre licenziare, con un indennizzo. Non vorremmo però passare per gufi, sempre per restare nello stile comunicativo del presidente del Consiglio.

In tutto ciò, il Governo non ha modificato le tutele per i contratti pregressi, che mantengono dunque inviolati i loro diritti. Un motivo in più per lo scontro generazionale, per una guerra tra poveri che ho già descritto in un post sulla fine della solidarietà sociale.

La questione istituzionale

Un altro problema (ricorrente) con il Governo Renzi riguarda quel modo di fare “bullesco”, quell’atteggiamento per la serie “vi ascolto, ma faccio come dico io”. Un atteggiamento motivato sempre alla stessa maniera: non c’è più tempo da perdere.

Anche per i decreti attuativi del Jobs Act vi è stato un forte disappunto da parte dei massimi rappresentanti del potere legislativo, ovvero il Parlamento. Laura Boldrini ha espresso il proprio rammarico per un Governo che non ha tenuto conto dei pareri delle Commissioni Parlamentari, soprattutto sul tema di licenziamenti collettivi.

La comunicazione renziana è stata forte ed efficace, al punto da far passare la riforma indenne a qualsiasi tentativo di aggiustamento. Il segno degli effetti, a breve e lungo termine, si vedrà tra qualche tempo. Le (notevoli) discrepanze tra come viene narrata e com’è realmente, restano comunque visibili a pochi. A chi riesce, per cultura o per interesse, ad andare oltre allo slogan.

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