
Beyond a Steel Sky – Dove lo compri
Trailer
Recensione
Il tempo, nell’industria del videogioco, รจ un’estensione elastica e spesso spietata. Ventisei anni di assenza dalle scene non sono semplicemente un intervallo generazionale; sono unโintera era geologica che ha visto la nascita, la morte e la successiva mificazione del genere delle avventure grafiche. Quando Charles Cecil e Dave Gibbons hanno annunciato il ritorno a Union City con Beyond a Steel Sky, l’archeologia videoludica ha sussultato. C’era unโattesa messianica, alimentata quasi esclusivamente dal peso specifico dei nomi dietro l’impresa, quei padri fondatori di Revolution Software che un tempo dettavano le coordinate del genere.
Tuttavia, la memoria storica รจ un filtro ingannevole. Se guardiamo al 1994 con onestร intellettuale, spogliandoci del romanticismo dei pixel sgranati, persino l’originario Beneath a Steel Sky emerge come un cult tutt’altro che perfetto. Era unโopera magnetica, certo, graziata dall’estetica cyberpunk e dall’ironia tagliente di un Joey racchiuso in un guscio metallico, ma strutturalmente zoppicante, afflitta da enigmi talvolta astrusi e da un pathfinding che giร all’epoca metteva a dura prova la pazienza dell’utente. Il mito ha edulcorato i difetti, trasformando un buon titolo in un monumento intoccabile. Ed รจ proprio contro questo monumento che il sequel finisce per scontrarsi, fluttuando in un limbo strano: unโopera che, alla fine dei conti, spesso delude le nostre aspettative piรน conservative, mentre altre volte riesce inaspettatamente a superarle.
Il miraggio della pulizia estetica
Visivamente, l’evoluzione salta all’occhio con la prepotenza del contrasto cromatico. La Union City bidimensionale, opprimente e industriale del secolo scorso ha lasciato il posto a una metropoli tridimensionale splendente, ridefinita attraverso un cel-shading che cerca deliberatamente l’effetto graphic novel interattiva. Da questo punto di vista, il lavoro di modernizzazione appare estremamente “pulito”. Le linee di Gibbons si convertono con grazia nell’Unreal Engine, regalando scorci urbani che sembrano tavole stampate su carta lucida. La palette cromatica satura, dominata da azzurri tersi e architetture monumentali, evoca una distopia del benessere che si allontana dal fumo di Blade Runner per avvicinarsi alle ipocrisie pastello di The Prisoner.
Eppure, questa pulizia formale si rivela ben presto una facciata dorata che nasconde un’infrastruttura tecnica problematica. Il passaggio alla terza persona e alla libera esplorazione 3D ha portato con sรฉ un motore di gioco veramente poco amichevole, rigido e palesemente sottodimensionato rispetto alle ambizioni del progetto. Muovere Robert Foster nello spazio extra-urbano o tra i corridoi di Union City restituisce una sgradevole sensazione di anacronismo fisico. Le collisioni sono spigolose, le transizioni tra le animazioni mancano della necessaria fluiditร e l’interfaccia di interazione soffre di una fastidiosa legnositร . Non รจ raro trovarsi a lottare con l’inquadratura per agganciare il pixel corretto di un hotspot o assistere a droni cittadini che si incastrano contro elementi dello scenario. Questa frizione costante tra il giocatore e l’ambiente spezza l’illusione di immersivitร , ricordandoci costantemente la natura macroscopicamente “indie” (nel senso piรน limitante del termine) della produzione.
L’appiattimento dell’ingegno
Se la componente tecnica evoca una certa frustrazione, รจ sul fronte del design che Beyond a Steel Sky mostra il fianco alle critiche piรน severe, rivelandosi un’esperienza decisamente piatta a livello di gameplay. La grande scommessa di Revolution Software per superare la preistorica logica del “combina l’oggetto A con l’oggetto B” risiede nello strumento di hacking MINOS. Questo dispositivo permette a Foster di intercettare i circuiti logici dei droni e dei sistemi di sicurezza della cittร , mostrando a schermo un diagramma di flusso modificabile. L’idea, sulla carta, รจ brillante: scambiare i blocchi di istruzioni (ad esempio, invertire il comando “apri se autorizzato” con “apri se non autorizzato”) per sovvertire l’ordine sociale e piegare l’intelligenza artificiale al proprio volere.
Nelle prime battute, il sistema affascina e stimola l’inventiva, offrendo quell’ironico compiacimento tipico di chi sabota un meccanismo perfetto. Ma l’illusione della libertร sistemica svanisce rapidamente. Ben presto ci si rende conto che ogni enigma di hacking possiede un’unica soluzione rigidamente predeterminata dagli sviluppatori. Non c’รจ spazio per l’improvvisazione o per il pensiero laterale; lo strumento diventa semplicemente una variante digitale e astratta della vecchia chiave nella serratura. Il gameplay si appiattisce su un ciclo ripetitivo: individua il terminale, apri l’interfaccia, scambia i due blocchi evidenti e osserva la conseguenza. Questa mancanza di stratificazione riduce l’esperienza a una serie di compiti burocratici, privi di quel brivido dell’intuizione che definiva l’epoca d’oro del genere.
Una narrazione senza artigli
I limiti strutturali avrebbero potuto essere ampiamente compensati da una scrittura d’alto livello, ma anche sotto questo profilo l’opera solleva piรน di un dubbio. La storia, che prende il via dal rapimento di un bambino nel “Gap” (l’Outback desertico) per poi dipanarsi all’interno della metropoli protetta, avrebbe potuto e dovuto essere scritta meglio. Charles Cecil tenta di imbastire una satira contemporanea sul capitalismo della sorveglianza, sui big data e sull’ossessione moderna per la felicitร performativa e il benessere certificato tramite algoritmi (il sistema dei punti “Qdos”).
Il potenziale per una narrazione affilata e cinica c’era tutto, ma la sceneggiatura sceglie quasi sempre la via della semplificazione. I toni virano troppo spesso verso una commedia fantascientifica edulcorata, disinnescando la carica eversiva della critica sociale. I dialoghi sono prolissi, inclini a spiegare l’ovvio invece di suggerirlo, e soffrono di un ritmo altalenante che diluisce la tensione drammatica della ricerca di Foster. Persino il rapporto tra Foster e Joey, pur regalando i momenti piรน genuinamente ironici e cinefili dell’avventura, manca di quella progressione emotiva che avrebbe giustificato un ritorno cosรฌ tardivo. I personaggi secondari, dal canto loro, rimangono macchiette bidimensionali al servizio dell’enigma di turno, incapaci di lasciare un segno tangibile nel tessuto narrativo.
