Il tema del doppio in letteratura

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Non è casuale che numerosi grandi autori degli ultimi due secoli si siano cimentati in opere che introducevano il tema del doppio da diverse sfaccettature. Oltre ad essere affascinante e perfettamente in linea con un periodo che ha visto come uno dei suoi punti-cardine l’analisi e l’introspezione psicologica (anche in un ambito più clinico, vedi Freud), il tema del doppio si è sempre prestato a numerosi artifici narrativi che lo rendono un ottimo preambolo per la stesura di un romanzo.

La dicotomia ottocentesca tra il bene e il male

E’ nell’Ottocento che il romanzo si afferma al grande pubblico. Un secolo di grosse rivoluzioni (industriali, politiche, sociali…), un secolo nel quale la questione letteraria è attraversata da una serie di correnti “figliocce” del Positivismo, come i Veristi italiani o i Naturalisti francesi. La definitiva affermazione della borghesia sfocia in un modello sociale e comportamentale “da borghese”, ovvero nel dissimulare pubblicamente pensieri e sentimenti privati. La “facciata” di rispettabilità, prima di tutto. Sono i primi semi del concetto di doppiezza novecentesca, più legata al problema dell’identità.

In un contesto culturale del genere, decorato di bianchi e neri, contrassegnato da poli comportamentali opposti, il “doppio” è un’entità ben distinta dall’individuo; sebbene l’origine sia comune, il “lato cattivo” si manifesta, scindendosi, soltanto grazie a dei pretesti narrativi particolari.

La letteratura inglese offre i due esempi più noti del genere. Il primo, “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde”, scritto nel 1886 da Robert Louis Stevenson, racchiude in sé tutte le caratteristiche del tema del doppio. Dove Jekyll è luce, Hyde è ombra, e non esistono sovrapposizioni tra i due personaggi: quando lo stimato dottor Jekyll beve la pozione, si trasforma nell’efferato omicida Mister Hyde mutando anche nell’aspetto fisico. Andando per un attimo oltre l’artificio narrativo, capiamo che la visione di Stevenson è tutt’altro che rinfrancante: egli sottende che in ogni individuo convivano due personalità, una positiva, l’altra negativa. La sfida dell’uomo è quindi far emergere il dottor Jekyll, tenendo il più possibile nell’oscurità Mister Hyde. La tesi dell’autore non è altro che una visione fantastica del messaggio moralizzante della società vittoriana dell’epoca: gentiluomini, comportatevi bene (perlomeno in pubblico…).

Ne “Il ritratto di Dorian Gray” (1890), Oscar Wilde approccia al tema del doppio sempre nell’ottica morale, ma focalizzandosi sull’estetica e sulla spiritualità. Il protagonista Dorian Gray, ossessionato dal culto della propria bellezza, desidera a tutti i costi restare eternamente giovane, e si affida ad un esoterico “patto con il diavolo”, chiedendo di far invecchiare in sua vece un quadro che lo ritrae. Così, mentre il suo aspetto fisico rimane immacolato, il ritratto si abbrutisce a seguito delle tante malvagie azioni di cui Dorian si rende protagonista, facendo le funzioni “visive” della sua coscienza. Il vero doppio, in questo caso, è proprio la coscienza. Il desiderio di eliminarla completamente porterà al tragico finale del romanzo. Come in Stevenson, anche in Wilde il rapporto con “l’altro sé” è profondamente antagonista, e porta all’annientamento reciproco.

La questione pirandelliana sull’identità

Il secolo della crisi, il Novecento, propone innumerevoli spunti per il tema del doppio. L’epoca del dubbio, della dissoluzione delle certezze, dell’indagine psicologica, non può non interrogarsi sulla molteplice natura umana, in maniera meno ingenua, romantica e più raffinata rispetto al secolo precedente.

Un grande anticipatore delle tematiche novecentesche è stato Fedor Dostoevskij, che ne “Il sosia” (1846) tratteggia alla sua maniera un caso di dissociazione della personalità, quella patita da Jakov Petrovic Goljadkin, funzionario statale che si trova a vivere con occhio esterno (e molto critico) le vicende della sua vita. Egli disprezza profondamente il proprio “sosia”, al punto da compiere azioni che lo screditeranno nei confronti della propria cerchia. Sebbene si tratti di un’opera che Dostoevskij ha praticamente rinnegato, “Il sosia” presenta numerosi spunti di riflessione. Non è forse frustrazione quella di Goljadkin verso un personaggio che si comporta come egli vorrebbe essere?

Un autore fondamentale per descrivere il difficile rapporto tra l’uomo e il proprio ego è Luigi Pirandello, drammaturgo tra i più grandi. Nel celeberrimo “Il fu Mattia Pascal” (1904), Pirandello disegna un intreccio che, a seguito di un equivoco per il quale viene dato per morto, porta il protagonista a perdere la propria identità; sebbene Mattia ritenga di avere comunque un’altra opportunità nei fittizi panni di Adriano Meis, presto egli si renderà conto che per la società Meis non è mai nato, Pascal è morto, egli quindi non esiste più.

Anche in “Uno, nessuno e centomila” (1926) Pirandello tratta il tema della crisi d’identità; il protagonista Vitangelo Moscarda ha in un certo senso appreso “la lezione” di Mattia Pascal, difatti non cerca di cambiare il proprio nome (che considera come il sopraggiungere della morte), bensì matura un’evoluzione della propria consapevolezza. Vitangelo trascorre la propria crisi capendo che egli non è Uno (non viene visto alla stessa maniera da tutti), in realtà è Nessuno, perché può essere uno dei Centomila che gli altri vedono in lui. E’ il climax del relativismo, e non è casuale che il protagonista concluda la propria evoluzione in un ospizio: per Pirandello l’unica maniera di recuperare la propria identità è raggiungere la follia, ovvero vivere al di sopra delle convenzioni e delle regole sociali.

Da Calvino a Saramago

La letteratura contemporanea non ha dimenticato il tema del doppio, trattandolo anche in chiave allegorica, come nel caso di Italo Calvino e del suo “Il visconte dimezzato” (1952); dietro la storia surreale del visconte Medardo e della sua divisione in due metà (una buona e una cattiva, ovviamente) vi è tutta l’analisi di Calvino nel tratteggiare l’uomo moderno, alla disperata e incessante ricerca di una completezza che non può essere raggiunta. Scegliamo sempre di privilegiare una parte, lungo l’arco della nostra esistenza.

La vicenda narrata ne “L’uomo duplicato” (2002), di José Saramago, è decisamente più “con i piedi per terra”, anche se lo scrittore portoghese, come suo solito, usa un pretesto narrativo assurdo per costruire l’intera trama: immagina che l’insegnante Tertuliano Maximo Afonso scopra che al mondo esiste una persona a lui identica, nell’aspetto fisico. Saramago parte da presupposti pragmatici per arrivare a delle conseguenze più psicologiche e drammatiche, in un romanzo decisamente incalzante, che si lascia leggere. La domanda che l’autore lusitano si pone, e alla quale fornisce una risposta inquietante è: siamo sicuri di essere così unici e univoci?

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