Smetto quando voglio e il cinema di genere

smetto quando voglio masterclass recensione

Il movimento cinematografico italiano sta cambiando. Si tratta di una trasformazione che non riguarda l’ampiezza complessiva dei budget (sempre esigui), ma di un modo d’intendere il messaggio mediatico non più strettamente legato al bivio esclusivo tra autorialità e botteghino.

Ci stiamo finalmente allineando con quel modo d’intendere il cinema che è molto americano, che riesce ad essere anche molto autosufficiente, e che considera il film innanzitutto come un mezzo d’intrattenimento, che va realizzato con la miglior qualità possibile, a prescindere dalla tematica.

E’ in questa terza via che noi italiani, finora schiavi del dualismo tra opera impegnata e film leggeri(ssimi), stiamo ritrovando la via del cinema di genere, abbandonata dopo i gloriosi anni Settanta degli spaghetti-western e dei poliziotteschi. Ne avevo già scritto l’anno scorso su Doppiozero, commentando l’uscita de Lo chiamavano Jeeg Robot, e non posso che confermarlo parlando della trilogia di “Smetto quando voglio”.

Sì, perché il secondo film di Sydney Sibilia prende le distanze dal primo capitolo (grande successo di critica e botteghino del 2014) e ci catapulta nei classici stilemi dell’action comedy, come correttamente evidenziato dagli amici de I400Calci. Intendiamoci, la comicità delle situazioni è della stessa grana (tutt’altro che grossa), ma è l’analisi sociale che viene lasciata un po’ da parte, data per scontata, con la novità di vedere la commedia al servizio dell’azione, e non il contrario.

E’ chiaro che, essendo i budget ancora limitati, molto debba fare il montaggio e l’inventiva della scrittura, ed ecco che la scena finale della rapina al treno si regge molto sulla situazione paradossale e sui dialoghi serrati, meno sull’azione tout-court. Ma Sibilia e i suoi ne escono brillantemente, e arrivano addirittura a certificare il franchise proponendoci, nei titoli di coda, il trailer del terzo episodio già in lavorazione e che vedrà la luce, presumo, a inizio 2018.

Un’operazione che personalmente ho visto fare soltanto in Ritorno al Futuro, con cui questa pellicola ha in comune anche i tentativi riusciti di mostrarci spezzoni del primo episodio sotto una prospettiva differente, quella del nuovo personaggio interpretato dalla brava Greta Scarano (che occhieggia palesemente alla Giulia Corsi di Distretto di Polizia). Vere e proprie retcon, un classico nelle trilogie che non vengono pensate come tali, ma che lo diventano “sul campo”, a suon di incassi milionari.

Per quanto riguarda il resto del cast, il nucleo storico si conferma eccellente, le nuove aggiunte sono abbastanza irrilevanti (con l’eccezione del personaggio di Marco Bonini), negli equilibri di copione Paolo Calabresi si ritaglia uno spazio più ampio ai danni di Libero De Rienzo (che adoro fin da Santa Maradona e che avrebbe i tempi attoriali per quello che strutturalmente è a tutti gli effetti un film alla Ocean’s Eleven). Importante, nell’economia della narrazione, l’ingresso del personaggio di Luigi Lo Cascio, che avrà ruolo preminente in “Ad Honorem”, l’episodio finale.

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