Ozark

ozark recensione

Da quando mi sono avvicinato alla nuova serie Netflix Ozark, non ho fatto altro che leggere in giro definizioni e accostamenti a Breaking Bad. E’ molto facile proporre un confronto del genere: l’uomo medio che, per disperazione, abbandona tutti i suoi canoni morali e inizia a delinquere senza sosta è un tropo comune alle due serie.

Questo pezzo, però, non vi tedierà ulteriormente su questo parallelo. La verità è che io ho un vantaggio rispetto a qualsiasi altro recensore che si sia avvicinato alla serie prodotta e interpretata da Jason Bateman: non ho mai visto Breaking Bad (sì lo so, per molti è un’onta), quindi ho visto il tutto senza pregiudizi o aspettative.

Ci sono tre aspetti che ti colpiscono, in Ozark: l’algida e meravigliosa fotografia, la normalità più che apparente che pervade location e personaggi, la tensione di fondo che non abbandona mai la scena. Il primo è coerente con le vicende di quest’amena località del Missouri, dove (quasi) nulla sembra umano, il secondo e il terzo sono il marchio di fabbrica della serie, che resta un thriller con leggerissime venature di comedy, soprattutto nella scelta del cast.

Marty Byrde (Bateman) sarebbe il tipico padre di famiglia americano che vive in una grande città (Chicago): ha un lavoro da ufficio, una moglie che lo tradisce, due figli con cui fatica a comunicare. Questa è la normalità apparente, ecco la verità: Marty Byrde fa affari con il secondo cartello messicano della droga, solo che il suo amico-socio Bruce l’ha fatta sporca, sottraendo ai “clienti” otto milioni di dollari. Marty sta per fare la (brutta) fine di Bruce, ma riesce ad ottenere una seconda chance offrendosi come riciclatore di denaro sporco nei pressi del lago Ozark. Quella che sembra una proposta disperata si trasformerà nella trama principale della stagione: Marty che inventa metodi per riciclare tutto quel denaro in un posto che sembra rimasto a quarant’anni fa, con pochissime opportunità di business e un insospettabile humus di attività illegali sotterranee.

In Ozark la trama emerge lenta nel corso delle puntate, tanto che è tutt’altro che banale individuare quale sia l’antagonista principale, un po’ perché è difficile considerare Byrde un eroe, un po’ perché la spada di Damocle iniziale (il boss Del Rio) finisce sullo sfondo, scavalcato da altre minacce più prossime e insospettabili.

Ho apprezzato molto la costruzione narrativa di questa prima stagione di Ozark (già rinnovato per la seconda), tanto da perdonargli alcune leggerezze (riciclare otto milioni in un villaggio poverissimo?), ingenuità (la famigliola che collabora allegra al riciclaggio?) e inverosimiglianze, e la storyline dell’agente FBI che sembra tirata fuori da True Detective. Bateman e la Linney (soprattutto) dominano un cast veramente in forma e adeguato nel trasmettere la disperazione di persone che non hanno speranza, né tantomeno una via d’uscita.

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