Umberto Eco è, tra i grandi autori del Novecento, uno di quelli che più si è prestato, tra interventi e articoli, nel descrivere il rapporto e le sue opinioni sulla tecnologia che avanza. L’ultimo contributo, in ordine di tempo, è stata una lettera ad un immaginario nipote, pubblicata qualche giorno fa su L’Espresso nell’ambito di uno speciale per l’anno nuovo.

Il fulcro della lettera, una sorta di confronto generazionale, ruota attorno al ruolo della tecnologia nelle fasi dell’apprendimento e della conoscenza. Il semiologo si sofferma su  come la continua disponibilità delle informazioni, mediante Internet e i rispettivi dispositivi (smartphone, tablet, PC…) stia sempre più spingendo le persone a non “utilizzare” il cervello come archivio di dati e ricordi. Si tratta di un fenomeno che sta aumentando di rilevanza soprattutto guardando alla nuove generazioni (i “nativi digitali”), cresciute in un contesto siffatto, che dimostrano sempre minor dimestichezza con gli eventi del passato e la cosiddetta “memoria storica”. Il rischio, paventato da Eco, è quello di atrofizzare il nostro pensiero a fronte di una continua delega verso la tecnologia.

I dubbi di Eco non sono totalmente infondati, occorre però capire se possono rappresentare il preambolo per timori o preoccupazioni sul destino del genere umano. Un conto è dire “non si pensa più nella stessa maniera”, un altro è affermare che “ci stiamo atrofizzando il cervello”.

Nicholas Carr ha scritto uno splendido saggio, “The Shallows”, il cui titolo italiano è stato malamente tradotto in “Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello”. Nonostante la posizione di Carr nei confronti di Internet e tecnologia sia notoriamente scettica e critica, il testo è scritto con propositi equilibrati e ci accompagna verso una verità che per alcuni può essere sconcertante: la struttura del cervello non è “fissa”, ha dei gradi di libertà evolutivi, gli eventi e le esperienze dell’individuo possono suscitarle cambiamenti anche importanti.

In sintesi, la tecnologia sta cambiando il modo in cui pensiamo, nella stessa misura in cui Internet sta modificando la struttura del sapere. La piramide cognitiva (Dati->Informazioni->Conoscenza->Saggezza) è stata superata da un’entità assai più liquida e trasversale, perché comune a tutti: la Rete. Nessuna gerarchia, quindi, ma una sterminata piattaforma in grado di fornirci istantaneamente dati e informazioni. Stiamo perdendo la capacità di pensare? Non proprio. Se è vero che, come scrive David Weinberger, Internet si è trasformato in una “stanza intelligente”, si tratta pur sempre di una serie di punti di riferimento che l’uomo deve saper sfruttare per elaborare le proprie analisi e conclusioni. Nella misura in cui ci affidiamo alla Rete come pozzo di sapienza “basic”, possiamo riservarci un ruolo dedicato ed attivo nella formulazione di pensieri “alti”. Si deve trattare di una suddivisione di ruoli, però, non di una delega cieca e passiva. Lo scarto tra le menti mediocri e le menti geniali sarà sempre più segnata dall’uso differente delle medesime fonti d’informazione.

Il cervello sta cambiando, quindi. Eco si lascia leggere piacevolmente quando, quasi con una certa ingenuità, esorta i giovani ad imparare poesie o formazioni sportive a memoria, a gareggiare tra di loro, a non perdere di vista fatti e date della storia recente. Non si tratta in fondo della riproposizione di un approccio nozionistico tanto vituperato dal metodo Montessori e dalla cultura intellettuale anni Sessanta e Settanta, e che lo stesso Eco non ha mai rinnegato? La filosofia del “saper fare” preferito al puro sapere non è così simile alla ragnatela ipertestuale di Internet, dove nessuno sa a priori ma tutti hanno la possibilità di arrivare a saperlo? Il nostro cervello si è trasformato, per questo motivo, da archivio a un centro di collegamento.

Umberto Eco va invece a segno sulla memoria, il pericolo nascosto dietro l’eccesso nell’effetto-delega. Delegando la raccolta di dati e informazioni alla Rete, il nostro cervello non immagazzina più ricordi, immagini o frasi. I ricordi saranno sempre meno vividi, non potremo fare a meno di “supportarli” con la tecnologia che avremo sempre a portata di mano. Foto, vecchi filmati, nozioni da ricercare. Sapremo sempre meno com’è o come si realizza qualcosa, e sempre più come si arriva a saperlo, attraverso hyperlink posizionati nel nostro cervello. La risposta ce la fornirà il nostro smartphone.

La memoria si allena con la mente, la mente si allena con il pensiero. Ripetere le poesie come dei pappagalli non ci rende più consapevoli o intelligenti, ci rende solo…più pappagalli.