Pinocchio di Guillermo del Toro

L'amore vi darà la vita

Scheda del Film

Titolo Originale
Guillermo del Toro's Pinocchio
Paese
 United States of America
Casa di Produzione
The Jim Henson Company, ShadowMachine, Double Dare You Productions
Regia
Guillermo del Toro, Mark Gustafson
Sceneggiatura
Ideatore
Cast
Gregory Mann, Ewan McGregor, David Bradley, Christoph Waltz, Tilda Swinton, Ron Perlman, Finn Wolfhard, Cate Blanchett, Tim Blake Nelson, John Turturro, Burn Gorman, Tom Kenny, Alfie Tempest, Anthea Greco, Francesca Fanti, Sandro Carotti, Rio Mangini, Benjamin Valic, Sky Alexis, Ariana Molkara, Roy Halo, Luciano Palmeri, Peter Arpesella
Durata
1 h 57 min
Data di Uscita
18 Novembre 2022
Generi
Animazione, Fantasy, Dramma
Budget
$35.000.000
Revenue
Sinossi
Geppetto, un vedovo falegname che vive nella grigia Italia fascista, costruisce una marionetta in onore del figlio perduto: Pinocchio. Pinocchio prende vita e, per rendere il padre fiero di lui, intraprende un viaggio in compagnia di Sebastian, il grillo che viveva nel tronco da cui è stato ricavato.

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Recensione

Ancora Pinocchio?? Ebbene sì. Originariamente pubblicato a puntate nel 1881, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi si è affermato non solo come il più importante romanzo dell’Unità d’Italia, ma anche come favola di richiamo universale e ideale per generare adattamenti sugli altri media. La storia del burattino ideato da Geppetto ha prodotto decine di versioni cinematografiche, tra cui il classico di animazione Disney del 1940 e la grande opera di Matteo Garrone del 2019. Solo nel 2022 sono state tre le nuove produzioni: il remake live di Robert Zemeckis, un film d’animazione russo e, ovviamente, questa rivisitazione del maestro messicano Guillermo del Toro, che dimostra come un adattamento abbia davvero senso solo quando ha qualcosa di nuovo da dire.

Dotato di una sensibilità unica che lo porta costantemente a scavare nell’orrore per trovare la bellezza dei suoi personaggi, del Toro trasporta la storia di Collodi nell’Italia fascista di Mussolini e ritrae Geppetto come un uomo devastato dalla perdita del suo unico figlio e che, in una frenesia da ubriaco, scolpisce un burattino nel legno prima di svenire. Commosso dal dolore del povero falegname, uno spirito della foresta decide di dar vita al burattino, promettendo anche di esaudire un desiderio del grillo parlante che abitava l’albero abbattuto da Geppetto se l’insetto riuscirà a guidare Pinocchio ad agire positivamente. . Da lì, seguiamo il protagonista mentre incontra personaggi come il podestà fascista locale, lo spregiudicato conte Volpe e lo stesso Mussolini.

Se storicamente questa favola è sempre stata presentata con leggerezza nelle sue varie incarnazioni, ritraendo il momento della creazione di Pinocchio come qualcosa di magico e gioioso (seppur non privo di maliconia), qui del Toro presenta il passaggio con i toni oscuri dell’horror, riferendosi, attraverso il montaggio e la fotografia (in particolare l’uso di ombre e dell’Angolo Olandese), alla genesi del mostro di Frankenstein. Viene infatti abbandonata ogni traccia di affetto o dolcezza che poteva essere presente nell’azione del falegname, lasciando il posto a un processo guidato dalla rabbia e dall’alcool – e, non a caso, lo stesso design di Pinocchio suggerisce un’opera incompiuta e grezza , in nessun modo simile alla figura carina e dagli occhi grandi della Disney.

Questo approccio si riflette anche nel grillo parlante, che qui appare in una versione grigio-azzurra, triste, e la cui visione pessimistica del mondo è sintetizzata dal ritratto di Schopenhauer appeso nella sua casetta sull’albero. Allo stesso modo, le altre creature viste nel corso della narrazione sembrano più uscite da un incubo che da una fantasia infantile, come i conigli cadaverici, opportunamente viola, che trasportano il defunto nel mondo dei morti governato da un’altra creatura spiritica. Invece della convenzionale fata turchina, del Toro concepisce lo spirito come un essere avvolto da ali disposte a strati e coperto da occhi ammiccanti che espongono la sua natura come rappresentante dei vari spiriti della foresta – e sarebbe difficile dire, solo attraverso il suo aspetto, se siamo di fronte a un essere benigno oppure no. E se anche il piccolo Carlo, figlio di Geppetto, ha delle borse sotto gli occhi troppo forti per un bambino, il malizioso Volpe si spinge fino a sfoggiare un’acconciatura che suggerisce direttamente una natura diabolica (e la sfumatura di verde presente nei suoi vestiti e sul sipario del suo piccolo palcoscenico contribuiscono all’impressione negativa).

Co-diretto da Mark Gustafson, esperto di stop-motion, Pinocchio ha una scenografia spettacolare, che colloca i personaggi in un mondo oscuro e grigio che a volte li soffoca (come la piccola e affollata capanna di Geppetto), a volte li riduce a minuscole figure (come il campo di addestramento fascista, con le sue gigantesche mura) – e anche i costumi appaiono sporchi e sfilacciati dalla miseria e dalla guerra. Per completare, le canzoni composte da Alexandre Desplat evocano malinconia anche quando portano testi più allegri, come se la felicità fosse un concetto-tabù.

Da un punto di vista storico l’autoritarismo dello Stato italiano fascista manifesta la sua influenza oppressiva attraverso la richiesta di obbedienza assoluta, portando i vicini a spiarsi e risultando in una completa intolleranza per ciò che è “diverso” o devia da norme arbitrariamente stabilite. A questo proposito, l’ironia della favola all’interno di questo nuovo scenario non sfugge a del Toro, che illustra come gli scagnozzi del regime agiscano come se fossero controllati da un burattinaio. Sentire Mussolini dire “mi piacciono i burattini” è illuminante per esprimere l’affetto dei tiranni per coloro che sono disposti a tutto pur di adularli.

Per inciso, ciò ricontestualizza la stessa “morale” della favola originale e del suo adattamento più famoso del 1940: se prima Pinocchio veniva ricompensato e diventava un vero essere umano solo quando dimostrava di essere un “bravo ragazzo” (ovvero: sottomettendosi a tutte regole), ora è la sua natura di pensatore indipendente, di ribelle, che lo distingue. È quindi l’atteggiamento di Geppetto, attaccato al perfezionismo, che deve mutare per abbracciare il protagonista. E’ ovvio che il Pinocchio di un regista come Guillermo del Toro, sensibile agli emarginati e ai solitari, non avrebbe mai potuto essere un’opera che vedesse nella “perfezione” un traguardo ragionevole o addirittura desiderabile; creatore di personaggi che abbracciano le proprie imperfezioni e idiosincrasie non per giustificarle, ma perché sono umani, il messicano porta la favola di Collodi nel mondo reale senza sacrificare la sua magia, il suo fascino o, in definitiva, la sua dolcezza.

Pinocchio di Guillermo del Toro
Pinocchio di Guillermo del Toro
Il Verdetto
Il Pinocchio di Del Toro è una felice rilettura di un soggetto fin troppo abusato, che sapientemente spinge sul lato politico e oscuro della fiaba di Collodi.
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