nella giungla delle città recensione

Nella giungla delle città

Un Brecht primordiale nella Chicago d'inizio Novecento

Nella giungla delle città
REGIA
Alessandro De Feo
SCENEGGIATURA
Bertolt Brecht
CAST
Eugenio Banella, Luisa Belviso, Matteo Castellino, Antonia Di Francesco, Lorenzo Garufo, Maurizio Greco, Diego Migeni, Flavia Rossi, Marco Usai e Irene Vannelli.

“Nella giungla delle città” è un’opera giovanile di Bertolt Brecht di non facile collocazione, soprattutto per il suo essere misconosciuta ai più. La compagnia Cavalieri mascherati ha scelto coraggiosamente di rappresentarla in prima assoluta al Teatro Trastevere, e gliene siamo grati. Questo perché “Nella giungla delle città” ha un testo così veemente e intenso da ben prestarsi a una rilettura moderna. Anzi, è il tema stesso ad essere moderno. Il tema è la lotta.

“Non tormentatevi il cervello per scoprire i motivi di questa lotta..”

In una Chicago d’inizio Novecento si viene proiettati nello scontro tra Shlink e George Garga, due personaggi agli antipodi. Dove il primo è ricco e vive delle sue attività imprenditoriali, il secondo è povero e vive del suo lavoro come commesso in una biblioteca. Dove il primo è un individualista arrogante che compra cose e persone, il secondo è una persona umile e molto legata alla sua famiglia e comunità. Sarà il tentativo di Shlink di comprare le opinioni di Galga a far nascere la lotta tra i due.

Lo scontro tra Shlink e Galga si palesa in una sfida: il commerciante orientale si disfà di tutti i suoi beni e li dona al nemico, il quale perde totalmente la testa e dedica tutto se stesso all’annientamento di Shlink, cercando di mandare in malora tutti i suoi affari. Mentre Galga appare sempre più viscerale e crudele, Shlink diviene imperturbabile e ascetico, concentrato sulla lotta in sé e non sugli esiti personali. Questa situazione finirà comunque per corrodere i rapporti famigliari di Galga, sfociando nel dramma.

Nella giungla delle città si può perdere l’identità?

L’intensità dell’opera è molto ben rappresentata dalla Compagnia, l’adattamento del regista Alessandro De Feo è efficace, il resto lo fa un testo che ancora oggi fa riflettere, sul tema dello “straniero” e della corruttibilità delle abitudini. La scenografia è essenziale, la gestione degli spazi e l’uso frequente della “quarta parete” per le entrate e le uscite dalla scena donano allo spettacolo un dinamismo coerente con la forza primitiva del testo. Ottimo anche il casting, la visceralità appassionata di Marco Usai dà vita ad un Galga altrettanto memorabile dello Shlink algido e marziale di Diego Migeni. Bravi e ben affiatati anche tutti gli altri attori.

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