Nanni-Moretti-Mia-madre

Anche se non sono (ahimè) giovane come gli autori di questo post, Nanni Moretti è entrato nella mia orbita a partire da “Caro Diario” (1993), di cui sono stato e sono tuttora un grande estimatore. Non ho quindi vissuto direttamente la prima fase della carriera del regista, quella incentrata sul personaggio di Michele Apicella, che deriva il suo cognome da quello della madre di Moretti, l’insegnante Agata.

Cos’è“Mia Madre” segna, secondo alcuni, la chiusura del secondo ciclo morettiano, quello meno esistenziale/filosofico e più autobiografico. Questa volta il cineasta romano ci accompagna nel dramma famigliare di due fratelli maturi alle prese con la malattia terminale della madre: una vicenda che richiama quanto accaduto, qualche anno fa, nella vita di Nanni.

Com’è – La pellicola è dannatamente reale e ricca di richiami alla realtà. La madre del film è anch’ella una ex-insegnante del Liceo Visconti di Roma, mentre la protagonista Margherita (Margherita Buy) è una regista alla prese con un film su lavoro e disoccupazione: il vero alter-ego di Moretti, che qui si ritaglia un ruolo secondario nei panni del fratello Giovanni, ingegnere in aspettativa che segue in prima persona il decorso della malattia della madre, cercando di colmare tutte le lacune della sorella, confusionaria e indecisa sia nel lavoro (alle prese con un simpatico ma inaffidabile attore americano interpretato da John Turturro, irrilevante per la sceneggiatura) che nella vita privata, dove gestisce un rapporto bonario con l’ex-marito e la figlia adolescente, e uno altalenante, quasi agli sgoccioli con uno dei suoi attori.

Perché vederlo – E’ un film intimista, straordinariamente delicato nel suo racconto di una quotidianità alterata a causa della malattia. Margherita soffre in maniera più palese e nevrastenica, Giovanni soffre intimamente. L’alternanza dei momenti leggeri (pochi) con quelli pesanti è garantita da un montaggio sincopato e spiazzante, che soprattutto nella prima parte del film sorprende lo spettatore in un’alternanza di emozioni. Il finale, invece, è decisamente commovente.

Perché non vederlo – C’è chi ha giudicato “Mia Madre” confusionario e impacciato. Questo è un film che potrebbe riaprire le ferite di molti di noi, che sono passati nelle situazioni narrate durante i 104 minuti. E’ un’opera che trasmette un’ansia crescente all’alternarsi delle scene, un fastidio quasi fisico che avvertiamo nei confronti dell’insipienza relazionale del personaggio di Margherita, capace di fare sempre e soltanto la mossa sbagliata. E’ la stessa insipienza che va a braccetto con il senso d’impotenza di chi è conscio di non poter fare più nulla.

Una battuta – “Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare tutto!”