Titolo Originale
Finchè c'è prosecco c'è speranza
Regista
Data di uscita:
31/10/2017
Durata (in minuti):
101
Cast:
Produttore
Una produzione:
K+
Nazioni produttrici:
Italia
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Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Fulvio Ervas, Finché c’è Prosecco c’è speranza è un giallo di provincia che punta più sull’atmosfera che sull’intreccio. Diretto da Antonio Padovan e interpretato da un solido Giuseppe Battiston, il film si inserisce tra le tante collaborazioni “venete” tra i due, e rappresenta un esempio curioso di come il noir possa tingersi di vino frizzante, colline dolci e ironia leggera, senza però mai spingere davvero l’acceleratore.
La pellicola si muove nei territori del cozy mystery, un sottogenere poliziesco che predilige la dimensione locale, i piccoli drammi umani e una certa gentilezza di fondo, anche quando si parla di omicidi. In questo senso, Padovan costruisce un racconto che non vuole mai essere troppo teso o disturbante, preferendo il tono garbato e un certo gusto per l’eccentricità dei personaggi. Il protagonista, l’ispettore Stucky, è un investigatore per caso, spaesato ma intuitivo, interpretato da un Battiston in stato di grazia, che sa dosare ironia, empatia e spaesamento con la sua solita naturalezza scenica.
L’ambientazione è uno dei veri punti di forza del film. Le colline del Prosecco, con i filari ordinati e le nebbie autunnali, diventano il teatro perfetto per un mistero dal retrogusto amaro e dolce insieme. Il paesaggio non è solo sfondo, ma quasi un personaggio: vitale, decadente, conteso tra tradizione e speculazione edilizia. Padovan mostra un’attenzione autentica per questi luoghi, evitando la cartolina e privilegiando uno sguardo affettuoso ma mai ingenuo. C’è un chiaro sottotesto ecologista, che emerge senza proclami, intrecciandosi con le motivazioni dei personaggi e con la trama stessa.
Il problema principale del film, però, sta nel ritmo e nella costruzione dell’intreccio. La prima mezz’ora è piuttosto confusa, divisa tra la necessità di introdurre un cast numeroso di comprimari e il desiderio di depistare lo spettatore. Padovan si diverte a disseminare falsi indizi e a nascondere la verità sotto il naso di chi guarda, ma il gioco rischia di diventare dispersivo più che stimolante. Solo col passare dei minuti il film riesce a trovare un equilibrio narrativo più stabile, anche se la soluzione finale — pur coerente — arriva con una certa prevedibilità.
Accanto a Battiston, si distinguono alcuni comprimari ben caratterizzati: Roberto Citran porta sullo schermo con credibilità il suo personaggio, mentre Silvia D’Amico dà prova della sua versatilità, muovendosi agilmente tra sensualità, ironia e malinconia. Il cast nel complesso funziona, aiutato da una regia sobria e da una fotografia che valorizza sia i volti sia i paesaggi.
