23 Novembre 2017

Il fattore umano

Il fattore umano

La letteratura di genere viene da sempre considerata “di serie B”, perché in questa tipologia di opere il canone (premesse, stile, topos, conclusioni) è preponderante rispetto alle motivazioni del romanzo in sé. Scrivere un romanzo giallo, ad esempio, comporta una serie di scelte nella struttura dell’intreccio, personaggi e sviluppo della trama, che raramente si discostano da un insieme ben definito. L’autore esiste ed è riconoscibile (Agatha Christie non è Rex Stout, per dire) ma in larga parte si appiattisce sul genere, e ne mette in atto il suo esercizio di stile.

Chiaramente, non è sempre così. Ci sono opere che, pur avendo un genere di riferimento, lo stravolgono o comunque lo usano per comunicare altro, per esprimere idee dell’autore, la sua personalità, il suo approccio alla letteratura. In quel caso, la “serie B” è una categoria molto stretta per l’autore. Succede con Philip K. Dick, che non può essere relegato all’etichetta di “scrittore di fantascienza”, succede con Graham Greene, le cui spy story, oltre a rappresentare soltanto una quota parte della sua produzione, hanno poco in comune con i romanzi che si soleva leggere nella collana “Segretissimo” di Mondadori, e sono dei fini trattati di psicologia umana.

Ne “Il fattore umano”, opera della maturità di Greene, il tema portante è la credibilità e la reputazione dell’individuo, in grado di forzare interpretazioni e decisioni anche drastiche da parte di persone nella sua cerchia. Maurice Castle è un ufficiale del servizio segreto britannico vicino alla pensione che, dopo anni passati in Sudafrica, sta trascorrendo gli ultimi anni di carriera a Londra. Il suo ufficio, che comprende il sottoposto Davis, viene investito da un’inchiesta interna per possibile divulgazione di informazioni top secret. L’uomo sarà costretto a prendere delle importanti scelte soprattutto per quanto riguarda la moglie africana Sarah e il figliastro.

Il dilemma morale di Castle (e dell’inquirente Daintry) è il focus del romanzo, dove brilla il narrare asciutto e mai banale di Greene, in grado di coinvolgere e instillarci dubbi fino all’ultima pagina.

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