Nonostante quel che sembri guardando la sezione Narrativa del blog, non sto leggendo soltanto opere contemporanee. Per esempio, ho appena terminato un romanzo di Graham Greene che mi è capitato casualmente per le mani, e l’ho apprezzato molto.

Di solito quando si tira in ballo Greene si pensa subito a storie di spionaggio bellico, personalmente l’ho sempre legato a opere come “Il terzo uomo”, invece Fine di una storia, pur nella sua ambientazione londinese pre e post secondo conflitto mondiale, è un’acuta riflessione sulla responsabilità morale e sul rapporto fede-ragione.

Solo con una lettura superficiale, infatti, questo romanzo può essere riassunto nel resoconto di un triangolo amoroso. Il pathos, sospeso tra ricordo e azione presente, che include Sarah, Bendrix e il marito tradito Henry si chiude nella prima metà del libro. Il vero cuore della narrazione è rappresentato dal rapporto tra l’ateissimo Bendrix e la fede in Dio, che lo circonda in maniera progressivamente avvolgente nella forma della conversione matura della travagliata amante Sarah e di molti altri eventi che lo fanno vacillare.

La sofferenza di Bendrix è duplice: egli non sarà mai felice perché è conscio che non potrà mai avere Sarah, dapprima per ragioni di forma (lei è sposata con Henry), poi per ragioni di sostanza (che non vi svelo); egli si sente ancor più sconfitto e impotente dalla sua tardiva conversione, dimostrandosi un novello Ivan Karamazov. Il crescendo della sensazione da sindrome di accerchiamento è un piccolo gioiello regalatoci da Greene, uno che soffriva di sindrome bipolare e che sapeva bene descrivere i mutamenti dell’umore nei suoi personaggi.

P.S.: questo libro è diventato anche un film con Julianne Moore e Ralph Fiennes.