“My mentality was to go out and win, at any cost. If you don’t wanna live that regimented mentality, then you don’t need to be alongside of me, ’cause I’m gonna ridicule you until you get on the same level with me. And if you don’t get on the same level, then it’s gonna be hell for you.” 

“Look, I don’t have to do this. I’m only doing it because it is who I am. That’s how I played the game. That was my mentality. If you don’t wanna play that way, don’t play that way. Break.”

Una premessa (lunghetta): anche se in questo luogo virtuale non ne ho mai scritto, sono da sempre un grande appassionato di basket. La pallacanestro è, invero, il mio sport “principale”, l’unico che mi stia veramente mancando in questo arco temporale di sospensione delle attività per la pandemia di COVID-19.

Insomma, ho visto tanto basket in TV e al palazzetto, ho giochicchiato nei playground della mia città, ne ho letto su riviste, libri e siti web, gioco in svariate leghe di fantabasket (!). Quando parlo di basket, comunque, includo anche la NBA, anche se il “prodotto” attuale non mi entusiasma affatto, e lo seguo pochissimo. La mia decade NBA è sicuramente stata quella degli anni ’90, che ha coinciso con la mia adolescenza. Compravo American Super Basket ogni quindici giorni, facevo le nottate per seguire le partite in diretta, soprattutto i playoff e le finals.

Era un basket più fisico, basato sul gioco interno, dai punteggi più bassi e dalle difese granitiche. Era un basket dominato dai centri. Era il basket di Michael Jordan.

Sono stato felice, quindi, di apprendere l’arrivo di The Last Dance su Netflix. Questa docu-serie si prefigge l’obiettivo di raccontare l’ultimo titolo NBA vinto dai Chicago Bulls, quello della stagione 1997-98. Lo spunto viene dal fatto che una troupe aveva seguito e ripreso, dietro le quinte, l’intera stagione della squadra guidata da MJ. Questo materiale giaceva da un ventennio negli archivi prima che Jordan si decidesse a dare l’approvazione del progetto, co-prodotto da ESPN e Netflix. The Last Dance è stato affidato a Jason Hehir, regista specializzato nel genere del documentario sportivo.

SHOWRUNNER
Jason Hehir
CAST
Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Phil Jackson
GENERE
Documentario sportivo
STAGIONIxEPISODI
1x10
PIATTAFORMA
Netflix
Our Score
6
Le buone premesse, però, hanno trovato delle conclusioni decisamente più controverse. Ci sono vari motivi per cui, nella stessa frase, definisco The Last Dance come un buon prodotto seriale, un pessimo documentario e un precedente pericoloso nella storia delle produzioni televisive. Li vado ad approfondire uno alla volta.

The Last Dance è ben realizzato: Hehir non è un novellino del genere, e si vede. Sullo stesso piatto ha una grossa opportunità e un altrettanto gigantesco limite: avere a disposizione del materiale inedito di sicuro interesse, e dover sottostare all’editing inflessibile di Michael Jordan. Ulteriore difficoltà: rispettare il classico format di una “stagione” Netflix (10 episodi da 50 minuti). Il risultato è che le parti relative alla stagione 97-98 hanno un air-time complessivo piuttosto limitato, e la storia viene costruita a colpi di ripetuti salti temporali, accoppiando concettualmente un evento del passato con uno della stagione in corso. Un brodo allungato che funziona, per carità, ma che porta con sé altri difetti.

L’onnipresenza di Jordan: MJ cannibalizza la serie, ben oltre quel che fisiologicamente uno si può attendere. Se inizialmente il tema centrale sembra essere come i Bulls, nonostante le numerose difficoltà, siano comunque riusciti a vincere il sesto titolo NBA, dopo i primi tre episodi tutto vira nel ri-raccontare come Jordan sia diventato il più grande giocatore di sempre, con un taglio simile a un corso PNL con il numero 23 nelle vesti del professore di mentalità. Lo spazio concesso a molti dei suoi compagni è esiguo o nullo, sia perché qualcuno non ha voluto partecipare, sia per evidenti scelte editoriali. Ron Harper e Luc Longley, entrambi nello starting five del secondo triennio, sono assenti; Toni Kukoc parla pochissimo, e di lui viene raccontata soltanto la “lezione” che i futuri compagni Pippen e Jordan gli diedero alle Olimpiadi di Barcellona. Al di là di Pippen, Rodman e Phil Jackson, si dà molto spazio a Steve Kerr, per ovvie ragioni commerciali (attualmente è l’allenatore dei plurititolati Golden State Warriors).

Chi controlla la storia: un documentario dalle minime aspirazioni giornalistiche dovrebbe cercare la terzietà. The Last Dance non può ambire a quello status, avendo Jordan stesso tra i produttori. Ogni controversia, ogni evento, tutto viene declinato secondo la visione di MJ, che ha l’ultima parola sui contenuti. Anche on-screen, letteralmente. Quante volte abbiamo visto, nella serie, un ex-compagno o un avversario provare a criticare il suo operato o a proporre una diversa chiave lettura per una vicenda? Tutte le volte viene dato il tablet con l’intervento in mano a His Airness che lo smonta con una risata di scherno.

Questo taglio, ovviamente, smonta ogni controversia, e lo fa sempre e comunque a favore di Jordan. Gli avversari, pur se tutti hall-of-famers di altissimo livello, vengono derisi come Payton nel video qui sopra. Un dirigente come Jerry Krause, artefice primario di quei Chicago Bulls, viene ritratto come il villain della serie. Persino il fedele Scottie Pippen non ne esce indenne, e riceve la sua dose di critiche.

Cosa ci resta di Jordan: le aspettative rispetto a una produzione del genere, a distanza di tanti anni, era che perlomeno mostrassero un MJ più a nudo, più “reale” dello storytelling che ci è stato propinato per decenni. Invece tutto quel che ci si vede è già ben noto dalle decine di documentari e biografie più o meno autorizzate pubblicate finora. Anche quando si pesca nel “torbido” (la passione per il gioco d’azzardo, l’assassinio del padre…) lo si fa in maniera superficiale e senza mai uscire dai binari della pura aneddotica autoassolutoria, seppur dolorosa. “Mi piace scommettere, me lo posso permettere: che male c’è?”, il tono è questo. La sensazione è che ci sia sempre e comunque un filtro, e che il Jordan che vediamo è sempre e solo quello che indossa il numero 23 sulle spalle. MJ sembra il più fervente adepto alla religione-Jordan. C’è qualcosa di più del giocatore? Se lo chiede anche questo articolo di Slate. Sembra proprio di no, e questo lo pone ad un gradino più basso rispetto ad altri fenomeni sportivo-culturali come Muhammad Alì o Diego Armando Maradona. Sembra chiaro, anche visto il tempismo di questa serie come ben spiegato da Dario Vismara, che l’unico intento di The Last Dance sia ribadire che Michael Jordan è il GOAT, il più grande di tutti i tempi.

Il basket, terzo incomodo: in questo interminabile dualismo tra Michael Jordan e la Gloria Eterna, chi ne resta schiacciato è proprio il suo sport, la pallacanestro (con il baseball e il golf le cose gli riescono decisamente meno bene). La serie si rivolge evidentemente ad un pubblico generalista, non è un caso che scorrendo sui social le reazioni, la frase tipica è “The Last Dance è bellissimo, anche se di basket non ne capisco nulla”.  Aldilà degli spezzoni di partite, l’aspetto sportivo è spesso de-rubricato a confronti di stampo western-machista del tipo “avversario X ha fatto 30 punti, io ne ho fatti 35”. In questa maniera si perdono delle sfumature importanti, che in alcuni casi contribuirebbero anche a rinforzare la leadership tecnica di MJ. Per esempio, questa analisi mostra come un Jordan ultra-trentenne e reduce da un anno e mezzo di inattività cestistica sia riuscito a modificare il suo gioco per contare meno sul suo atletismo e più su un’eccellente efficienza di tiro. L’unico momento di un (minimo) approfondimento tecnico avviene durante la puntata di approfondimento sul coach Phil Jackson, quando viene raccontata l’introduzione dell’attacco triangolo di Tex Murphy nello schema offensivo dei Bulls.

Il brand c’è e si vede: in definitiva, sembra aver ragione il Guardian quando definisce The Last Dance come branded content. Michael Jordan è stato probabilmente lo sportivo più grande di sempre, di sicuro è tuttora il più ricco: leader delle vendite nel settore sneakers con la linea Jumpman della Nike, proprietario degli Charlotte Hornets, svariati investimenti in giro per gli USA e per il mondo per un patrimonio netto di oltre 2 miliardi di dollari. Di interessi per riaffermare il proprio brand ne aveva parecchi, il blocco della stagione agonistica e più in generale la pandemia di COVID-19 hanno prodotto come effetto indiretto di mettere The Last Dance, e quindi Michael Jordan, al centro dell’attenzione mediatica.

Il testamento agiografico di Michael Jordan
The Last Dance è una serie che può risultare avvincente per chi non conosce il basket e il fenomeno-Jordan. Ben costruita nella narrazione (a senso unico), è tristemente deficitaria dal punto di vista giornalistico e sportivo.
Il parere dei lettori0 Voti0
Cosa funziona
Il racconto e l'uso dei flashback
Materiale inedito di sicuro interesse...
Cosa non funziona
...editato per raccontare la storia secondo la versione di MJ
Non aggiunge nulla a quel che gli appassionati sapevano già
6