10 Maggio 2023

New Hollywood: storia, stile e interpreti del cinema autoriale americano

New Hollywood: storia, stile e interpreti del cinema autoriale americano

Senza lo sceneggiatore Robert Towne Chinatown non sarebbe mai esistito. La regia fu affidata a Roman Polanski e, secondo una ben nota teoria, in un film tutto dipende dal regista, che ne sarebbe il vero autore. Per il pubblico, viceversa, Chinatown è il sorriso amaro sulla faccia di Jack Nicholson, è Faye Dunaway ed è John Huston (entrambi fondamentali per l’atmosfera), è lo scenografo Richard Sylbert, il direttore della fotografia John A. Alonzo, è Jerry Goldsmith (che in fretta e furia, in soli dieci giorni, dopo che un’altra partitura era stata rifiutata, compose la memorabile colonna sonora). Eppure Robert Evans si riteneva a pieno titolo il proprietario del film, poiché così ragionavano i dirigenti del suo calibro, i numi finanziari di Hollywood. Gli studios possiedono i film, ma sono i produttori a realizzarli.

In questo memorabile passaggio tratto da La formula perfetta, il critico David Thomson mette il dito in una piaga annosa che esiste da quando c’è Hollywood: chi è l’autore di un film? L’Academy la risposta la sa da tempo, visto che assegna l’Oscar per il miglior film ai produttori. Tuttavia, negli Anni Settanta, il peso e la responsabilità di un’opera filmica si spostarono nelle mani dei registi, in una visione del cinema americano molto più autoriale e simile a quello europeo.

La nascita della cosiddetta New Hollywood fu il massimo tentativo di rinnovamento del cinema americano dai tempi del sonoro.

Il contesto industriale: la concorrenza televisiva e la crisi delle case di produzione

Gli anni Cinquanta avevano visto l’affermazione del media televisivo come il “nuovo schermo” dell’immaginario collettivo. Tutte le famiglie americane avevano una televisione in casa e qualcosa da guardare alla sera, e questo fenomeno aveva accentuato ad un progressivo calo degli spettatori al cinema: si parla di un dimezzamento dell’affluenza settimanale media, tra il 1940 e il 1960. Non a caso alla decade venne affibbiato il soprannome di “terribile decennio”.

Le case di produzione cercarono di reagire alla crisi calcando la mano sull’evoluzione tecnologica: l’introduzione del CinemaScope e dell’audio stereo spinse incentivò la realizzazione di film musical o grossi drammi storici (paeplum), con budget sempre più elevati. E’ noto come la produzione di Cleopatra (1963) abbia quasi mandato in fallimento la 20th Century Fox.

Questi sforzi economici, tra l’altro, non portavano quasi mai risultati al botteghino. Il ringiovanimento complessivo della platea cinematografica, trainato dai baby-boomer, aveva generato un cambio di gusto ed uno scollamento per il classico film hollywoodiano.

I giovani preferivano guardare all’estero, dov’erano nati nuovi movimenti di genere (la Nouvelle vague in Francia, la commedia e lo spaghetti western in Italia) e registi impegnati (Truffaut e Leone, ma anche Bergman o Kurosawa).

Non è un caso se, in piena crisi, alcune delle major storiche di Hollywood persero la loro indipendenza economica, diventando asset di gruppi imprenditoriali più grandi e non dedicati al solo cinema: il caso più celebre è quello della Paramount, che divenne parte del grande conglomerato industriale della Gulf and Western, fino ad allora dedicato a manifatture e petrolio.

Il contesto socio-politico: contestazioni e controcultura

Come per il resto del mondo occidentale, gli anni Sessanta e Settanta furono particolarmente tumultuosi per gli Stati Uniti: la Guerra del Vietnam (1964-1975) fu il detonatore di numerose tensioni sociali che si contrapponevano all’autorità costituita, quali:

  • movimenti per i diritti civili (femminismo e diritti omosessuali in primis)
  • rivolte razziali e radicalizzazione del Black Power
  • libertà sessuale
  • passione per la musica rock
  • esperimenti di vita comunitaria
  • uso della droga in nome di una maggiore autocoscienza
  • pacifismo
  • identificazione con la New Left americana

La caduta del Mito degli Stati Uniti come terra di libertà e democrazia viene accelerato da alcuni gravissimi eventi politici senza precedenti: gli assassini del presidente John Fitzgerald Kennedy, di suo fratello Bob, di Martin Luther King e, per finire, lo scandalo Watergate (1972) che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon.

Le pietre miliari del (non) genere

La New Hollywood è stata un fenomeno complesso e non ascrivibile, stilisticamente, a un vero e proprio canone di genere. Esiste però un unico tema sotterraneo, un filo sottile che accomuna praticamente tutte le preminenti pellicole del periodo, una poetica della violenza che convive con la sfiducia nelle istituzioni e nei valori tradizionali sia della società che del cinema americano passato.

Convenzionalmente, la “nascita” della New Hollywood viene associata all’uscita di tre film, sul finire degli anni Sessanta.

Il laureato (1967) di Mike Nichols, sdoganò molti tabù sessuali presentando una tematica per l’epoca decisamente trasgressiva, ovvero una donna matura che seduce un giovane. Tratta da un romanzo di Charles Webb, la pellicola tratta con sagacia il tema dell’alienazione giovanile. Ben è un giovane laureato con le idee poco chiare per il suo futuro, che guarda estraniato i comportamenti borghesi, ipocriti e perbenisti dei suoi genitori. Il suo atto di ribellione è irrompere al matrimonio dell’amata Elaine e portarla via con sé. Ma anche nel finale, la felicità lascia il posto alla malinconia. Film reso leggendario anche dalla colonna sonora di Simon & Garfunkel, uno dei primi casi di utilizzo di brani della cultura pop-rock e non di musica composta appositamente per la pellicola.

Gangster story (1967) di Arthur Penn, oltre ad essere una versione estremamente romanzata delle gesta dei banditi Bonnie e Clyde, sdoganò molti tabù di violenza portati sullo schermo. Con una sceneggiatura fortemente influenzata dalla nouvelle vague (il copione passò letteralmente tra le mani di Truffaut e Godard), Penn mette in scena dei repentini cambi di tono e un’ironia che si scontra con una violenza piuttosto grafica. Mettendo da parte la veridicità storica, Gangster Story è essenzialmente la storia di due giovani belli, ma piuttosto confusi, che cercano di sfuggire alle pastoie di una vita provinciale. Il passatempo che si sono scelti, rapinare banche, sembra essere un mezzo per raggiungere questo obiettivo più che essere fine a se stesso. Ancor più de Il Laureato, il film di Penn propone una vera azione di rottura assimilabile alla contestazione giovanile, con un finale tragico.

Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, ha profondamente influenzato l’immaginario collettivo dei road-movie, aiutato da un’incredibile colonna sonora di brani rock (Steppenwolf, The Byrds, The Band) e dall’astro nascente di Jack Nicholson. La trama sembra un prosieguo de Il Laureato, nella misura in cui la fuga dalle convenzioni e dalle restrizioni sociali da parte di Billy e Wyatt trova l’ammirazione dei giovani e la riprovazione degli adulti. La presentazione dei numeri musicali è una celebrazione della controcultura ridotta, principalmente, a uno spirito sfrenato di libertà, a movimento e stile. Anche in questo caso il finale è tragico.

Temi, generi e commistioni

Come abbiamo visto negli esempi precedenti, ci troviamo di fronte a degli esiti narrativi abbastanza chiari ed opposti: la morte o la fuga. Se nel primo caso la decisione di chiudere “col sangue”  è coerente con gli eventi cruenti avvenuti durante quegli anni nella vita pubblica americana, nel secondo caso il finale aperto è un evidente rifiuto del classico happy end hollywoodiano e dell’idea di una risoluzione illusoria dei conflitti.

La non linearità degli eventi narrati inizia ad essere piuttosto frequente; pur non perdendo mai il nesso causa-effetto e mantenendo un’impostazione da cinema classico, viene introdotto l’uso di flashback improvvisi e del flashforward. Focalizzandoci più sullo stile filmico, si può rimarcare un uso insistito dello zoom e dell’obiettivo grandangolare panoramico con effetto deformante. Il montaggio viene utilizzato in maniera più liberale, più per scopi artistici che per la pura continuità.

Il cinema della New Hollywood si è spesso caratterizzato per una propensione non solo alla rivisitazione dei generi, ma anche alla loro decostruzione. Tra i generi maggiormente ripercorsi troviamo il gangster film, il noir (ribattezzato a partire dagli anni ‘70 “neonoir”), il musical e il western. Proprio quest’ultimo, oltre a raggiungere vette di violenza mai viste prima (Il Mucchio Selvaggio), inizia ad esplorare una tematica spinosa come quella dei nativi americani, fino a quel momento tenuta in secondo piano, con pellicole quali Il piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn, Un uomo chiamato Cavallo (1970) di Elliot Silverstein, Soldato blu (1970) di Ralph Nelson ed il notevole Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972) di Sidney Pollack.

Per quanto riguarda il genere poliziesco, abbiamo un drastico cambio nella caratterizzazione dell’uomo di legge, una figura più “grigia” e con una condotta al limite, come evidente nelle pellicole Dirty Harry (1971), Il braccio violento della legge (1971) e Serpico (1973).

I registi-culto della New Hollywood

Il cinema della New Hollywood è un cinema “di registi”, perché come già spiegato in precedenza in questo periodo storico il ruolo del regista finisce per accentrare e accorpare sempre più mansioni all’interno del processo creativo e produttivo di un film.

In questo senso fu magistrale la lezione di Roger Corman, regista e produttore di film a basso costo, di solito di genere horror o fantascientifico. Con i suoi B-movie Corman intercettò una grande fetta del pubblico giovane, quei baby boomer che si affacciavano alla vita e frequentavano i drive-in.

Corman fu il prototipo del regista della New Hollywood, non a caso molti dei grandi nomi di questo periodo impararono il mestiere come suoi collaboratori. Avendo fondato una piccola casa di produzione e distribuzione (The Filmgroup), per tutti gli Anni Sessanta Corman si autoprodusse film di successo commerciale, spesso girandoli in pochissimi giorni e in set rimediati da produzioni già concluse!

Questo fenomeno s’integrò con due aspetti decisivi per il cambio di paradigma produttivo: per ridurre i costi le major abbandonarono l’integrazione verticale, ovvero iniziarono sempre più spesso ad occuparsi della sola distribuzione. In questo modo molti registi sulle orme di Corman potevano produrre dei film “piccoli” e poi venderli alla major interessata. L’altro assist lo fornì l’evoluzione tecnologica: con l’introduzione della pellicola da 35 mm e di fotocamere sempre più “portatili”, divenne assai più semplice girare in esterna senza dover affittare set isolati. Le città divennero le location dei film, un ulteriore “bagno di realismo” per i nuovi filmmaker.

Da questa introduzione uno potrebbe pensare che i registi principali della New Hollywood siano esclusivamente quelli che nel periodo avevano circa 30 anni o poco più. In realtà molte pellicole fondamentali vennero girate da registi già precedentemente attivi, che si giovarono del cambio di paradigma.

Pensate per esempio a Robert Altman: dopo più di dieci anni passati nella produzione di serie televisive, con frequenti litigi e licenziamenti dovuti al suo approccio anticonformista, trovò finalmente la meritata fama da ultra quarantenne con M*A*S*H (1970), commedia dissacrante e parodistica sugli orrori della guerra in Corea (ma con chiari riferimenti al Vietnam) e successivamente con Nashville (1975), un film musicale costruito secondo le modalità che poi diverranno tipiche del cinema altmaniano: una serie di vicende apparentemente slegate che coinvolgono un cast corale senza nessun protagonista.

Un altro esponente della “vecchia guardia” è Sidney Lumet, regista cresciuto nel mondo televisivo Anni Cinquanta con già all’attivo alcuni gioiellini (La parola ai giurati su tutti). Durante gli Anni Settanta Lumet potrà sfoggiare il suo talento in alcuni capisaldi dell’epoca tra cui il già citato Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) e il pluripremiato Quinto Potere (1976).

Ci sono poi anche almeno un paio di “intrusi”, ovvero cineasti non statunitensi che hanno trovato fortuna nella New Hollywood. Ma che intrusi! Parliamo di Roman Polanski, che ha rivoluzionato il genere horror facendo sua la lezione di un altro forestiero come Hitchcock (Rosemary’s Baby, 1968) e di Milos Forman che sdoganò il disagio vissuto negli ospedali psichiatrici (Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975).

Focalizzandoci invece su registi che sono strettamente emersi durante gli Anni Settanta, che dire di Peter Bogdanovich? Nato giornalista e critico, iniziò poi a scrivere sceneggiature per Corman, ha poi fatto il suo debutto alla regia con Targets (1968), un thriller incisivo su un veterano di guerra che compie una follia omicida. Il suo capolavoro è però, L’ultimo spettacolo (1971), un ritratto molto personale della giovinezza. Dopo altre pellicole di successo, la carriera di Bogdanovich è decisamente declinata nelle decadi successive.

I film di maggior successo di William Friedkin hanno portato un tocco seventies a dei generi vecchi. Il già citato Il braccio violento della legge ha decostruito il noir poliziesco con un detective moralmente ambiguo che viola sempre più la legge nella sua gretta ricerca di un contrabbandiere di eroina. L’esorcista (1973) è ampiamente considerato il film horror più terrificante mai realizzato. All’epoca fu un fenomeno culturale. Il pubblico non aveva mai visto demoni raffigurati con un realismo così inquietante.

Nessuno ha legato la sua carriera artistica ad un singolo attore più di Sydney Pollack. La quasi totalità della sua produzione negli Anni Settanta vede come protagonista Robert Redford: dal già citato Corvo rosso non avrai il mio scalpo! al malinconico Come eravamo (1973), allo strepitoso thriller I tre giorni del condor (1975) per concludere con Il cavaliere elettrico (1979).

Ma veniamo ora ai “pesi massimi”, quei registi che hanno trovato il successo durante gli Anni Settanta per poi proseguire, chi più chi meno, una carriera di primissima fascia fino ai giorni nostri. George Lucas vi sembrerà un nome strano da fare, soprattutto perché parzialmente causa del paragrafo successivo, ma dovete sapere che, prima di decollare in una galassia molto, molto lontana, Lucas ha dimostrato il suo coraggio come regista sperimentale prima con il distopico L’uomo che fuggì dal futuro (1971), e poi con la classica commedia corale di formazione American Graffiti (1973).

Probabilmente nessun altro regista ha diretto quattro dei più grandi film mai realizzati di fila. Per tutta la decade, Francis Ford Coppola ha continuamente stupito il pubblico con i trionfi consecutivi de Il padrino (1972), Il padrino parte II (1974), La conversazione (1974) e Apocalypse Now (1979). Il Michael Corleone di Al Pacino dei film del Padrino è l’ultimo antieroe della New Hollywood; La conversazione è un racconto avvincente sulla paranoia post-Watergate; e Apocalypse Now è un’odissea bizzarra, visivamente sbalorditiva e davvero cinematografica che attraversa gli orrori della guerra del Vietnam.

Sarebbe ingiusto affermare che Woody Allen fosse completamente sconosciuto prima dell’ondata della New Hollywood, essendosi fatto un nome come comico e scrittore. Ma è stato negli anni ’70 che Allen ha trovato la sua vera voce, ispirata dal cinema d’arte europeo, nella decade in cui ha scritto, diretto e interpretato storie di accattivante rilevanza sociale. Io e Annie (1977) è molto più di una commedia romantica, è un film meravigliosamente intelligente e divertente, seppur non privo di parti drammatiche, che ha saputo rompere la quarta parete. Il film successivo di Allen fu la sua lettera d’amore a New York City, giustamente intitolata Manhattan (1979). Oltre ad essere superbamente scritto con lo stesso stile del precedente, allo stesso tempo questo film ha mantenuto un diverso senso della commedia attraverso la sua stessa atmosfera, romanticizzando senza drammatizzare.

Uno dei pochi registi della New Hollywood che si cimenta ancora regolarmente in progetti cinematografici audaci e sperimentali è Martin Scorsese. Dopo un paio di lavori su commissione artisticamente insoddisfacenti, Scorsese ha lanciato la sua carriera di regista con Mean Streets (1973), un ritratto intimo della vita a Little Italy attraverso gli occhi di un gangster di basso livello alle prese con il senso di colpa cattolico. Scorsese ha poi proseguito con Taxi Driver (1976), un thriller psicologico con elementi neo-noir sui postumi del Vietnam, e Toro scatenato (1980), un film biografico crudo e intenso del pugile Jake LaMotta.

Uno dei registi più famosi al mondo, Steven Spielberg è riuscito a sposare il classico commercialismo hollywoodiano con la spigolosa abilità artistica della New Hollywood. Il suo primo successo Lo squalo (1975) è uno studio del personaggio di tre ragazzi su una barca travestito da film di mostri su uno squalo gigante, che prende in prestito qualche trucchetto thrilling dal buon vecchio Alfred. Il successivo Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) è un thriller paranoico sulla cospirazione del governo post-Watergate inquadrato come un film di fantascienza sui visitatori alieni.

La fine della New Hollywood: il ritorno del blockbuster

Già sul finire degli Anni Settanta molti tratti caratteristici che avevano segnato il successo della New Hollywood erano venuti meno: innanzitutto c’erano stati dei successi commerciali come Lo Squalo di Spielberg o Star Wars di Lucas. In secondo luogo, pur essendo autoriali anche questi film iniziavano a costare molto, come nel caso di Apocalypse Now di Coppola (oltre 30 milioni di dollari di budget).

In sintesi, la major avevano percepito un rinnovato interesse del pubblico verso film concettualmente “semplici” ma visivamente appaganti. I conti iniziavano a non tornare più, ma il primo vero “botto” lo si ebbe con la produzione de I cancelli del cielo (1980), nuovo film di Michael Cimino. Cimino, fresco Oscar per Il cacciatore (1978), ebbe carta bianca per la produzione, come avveniva sovente in quegli anni. Purtroppo, tra ritardi e vari problemi, molte scene andarono rigirate e i costi lievitarono clamorosamente. Per concludere, all’uscita il film fu stroncato dalla critica e fece flop al botteghino. Il botto fu letterale: la United Artists, che lo produceva, fallì dopo sessant’anni di onorato servizio, venendo infine acquisita dalla MGM.

Altri flop (solo di botteghino) di film autoriali dell’epoca furono Blade Runner e La Cosa, entrambi del 1982, anno che consacrò E.T. del solito Spielberg e la logica del blockbuster che avrebbe dominato negli Anni Ottanta.

Bibliografia essenziale

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