La cultura della moderazione

Quanto accaduto in Rete nei giorni scorsi, dopo il malore occorso a Pierluigi Bersani, ha risvegliato il mai sopito dibattito sulla gestione delle piattaforme del Web 2.0, i blog e i social. Questo perché, come ipotizzabile, i siti web dei giornali e i social network si sono riempiti di messaggi alquanto disdicevoli, nei quali si augurava la morte dell’ex-ministro e segretario del PD.

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Da sempre in Rete si tende a suddividere semplicisticamente la popolazione in due categorie: gli hater, coloro che attaccano e provocano a priori e in ogni contesto, e gli indignati, coloro che si sentono provocati dai primi, e solitamente rispondono colpo su colpo. In questa sede non voglio produrmi in un giudizio morale o civile (abbastanza scontato) su chi sfoga la sua “rabbia” con le espressioni che potete leggere nello screenshot, non voglio dar credito a chi ghettizza la Rete dimenticando come le chiacchiere da bar abbiano sempre avuto toni altrettanto beceri e violenti: la differenza col passato è che Internet ha dato un microfono in mano a tutti, per far ascoltare la propria voce. Qualsiasi sia il messaggio che essa esprime.

Voglio invece focalizzarmi su un aspetto sempre sottovalutato, quando si parla di cultura digitale: la moderazione dei commenti degli utenti. Perché è così difficile vederla applicata, soprattutto nelle grandi community (blog di Beppe Grillo o i vari quotidiani online)? Forse si tratta di una banale questione di risorse (umane e di tempo), in quel caso le piattaforme social e blog consentono una gestione della moderazione semplice e lineare, prevedendo che il commento possa non essere approvato ancor prima della pubblicazione.

Forse, però, il problema è di altra natura. Fintanto che la Rete porta traffico, visibilità e introiti, essa rappresenta una risorsa utile, e in alcuni casi ben noti viene brandita come fonte di verità e soluzione; quando si tratta di prendersi la responsabilità della propria presenza sul Web, e magari portare un contributo costruttivo all’utilizzo dei suoi strumenti, tutti scaricano le colpe sugli utenti. L’uso che ne fanno determinati professionisti della comunicazione è lo stesso che si fa quando si affitta un locale pubblico per un party, e poi lo si lascia in un cumulo di macerie.

Meglio far vedere il contatore dei commenti che cresce, no?

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