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Avevo deciso di non scrivere sui Digital Champions italiani, perché pensavo non ci fosse nulla da aggiungere su un’iniziativa che è stata ampiamente coperta su social e web media. Poi ho letto alcune dichiarazioni da slogan e mi sono domandato se non ci fosse una distanza tra cosa rappresenta questo progetto e come viene comunicato.

La storia dei Digital Champions è interessante, merita rispetto e porta a corollario una serie di possibili sviluppi in termini di comunicazione e divulgazione. Ci sono però almeno un paio di punti che vanno sottolineati.

  • I Digital Champions sono dei divulgatori in grado di canalizzare, attraverso la comunicazione, alcune istanze del territorio per velocizzare il processo di digitalizzazione. Non sono la soluzione alle innumerevoli lacune, e ai letargici ritardi, dell’infrastruttura tecnologica e legislativa di questo Paese sul tema digitale, bensì sono coloro che devono costantemente, sulla base di episodi concreti, rimarcare la problematica.
  • Il fatto che si senta l’esigenza, in una declinazione tutta italiana, di rimarcare il ritardo digitale, evidenzia come questo Paese abbia fisiologicamente bisogno dell’urgenza per smuoversi. Il treno è passato da un pezzo, e noi gli corriamo dietro.

No, non sono tra coloro descritti dall’amico Rudy Bandiera, quelli che sono rimasti fuori e criticano a prescindere. Non sono mai stato interessato all’incarico, ma auguro a chi ha aderito di raggiungere risultati, piccoli o grandi che siano, perché ne abbiamo bisogno.

Abbiamo PIU’ bisogno, però, di investimenti trasversali e concreti. Riempirsi la bocca con il digitale è bello e affascinante, ma spingere per un cambiamento che sa più “di facciata” che di sostanza rientra, ahimè, in molte delle iniziative finora intraprese dall’attuale Governo. Siamo il Paese che tira in ballo le eccellenze individuali per nascondere i difetti complessivi, che pesca gli esempi positivi per silenziare la tendenza negativa. Dalle nostre parti le soluzioni facili e mediatiche hanno sempre trovato terreno fertile prima, voltafaccia e scaricabarile poi.

In fondo, a tutt’oggi, l’Italia è ancora:

  • Un Paese dove la penetrazione della banda larga nel territorio è ancora molto deficitaria. Alcuni dei concetti promulgati dalla carta dei diritti dell’utente Internet sono sacrosanti e universali, ma nella pratica il digital divide esiste eccome lungo la Penisola. Ancora nel 2014, non tutti hanno l’accesso a Internet, perlomeno non al livello di servizio minimo che ci si aspetta dopo 25 anni di World Wide Web.
  • Un Paese dove la più autorevole associazione degli editori, la FIEG, intima a Google di pagare i diritti per i contenuti delle testate linkati dalla sezione News. La FIEG non sa, o fa finta di non sapere, che Big G non guadagna direttamente da Google News (non ci pubblica gli Ads) e soprattutto è una fonte di traffico fondamentale per i giornali online.
  • Un Paese dove la SIAE ha un potere tale da far aumentare il già alto tributo di equo compenso che ricade su tutti gli acquirenti di elettronica di consumo.

Ho messo sul piatto i primi tre esempi che mi sono passati per la mente. Tutte situazioni che fanno percepire l’assenza di una reale volontà di cambiare o investire, o quantomeno il puntare i piedi da chi ha un privilegio molto retrodatato e ne risulterebbe danneggiato. Ben vengano i digital champion, ma non diventino poi il capro espiatorio per l’incapacità di chi ci governa nell’imprimere una reale svolta culturale digitale.

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